Ormai non fa più notizia eppure dovrebbe, sempre. La cronaca delle ultime ore ci racconta dell’ennesimo blitz delle forze dell’ordine che ha permesso di smascherare indebiti percettori del Reddito di cittadinanza.
Quasi 5mila persone, nell’ultimo caso, che uscendo dalla terminologia aulica e burocratica si sono pappati 20 milioni di euro del contribuente senza il minimo problema. Fra i 4.839 suddetti si trova di tutto: camorristi, delinquenti incalliti, parcheggiatori abusivi (che costoro vengano indicati nel comunicato stampa con questa qualifica professionale in qualche misura certifica il riconoscimento di una ‘nobile’ attività), persino uno spettacolare attore da Oscar che si è fatto passare per cittadino rumeno imitandone accento e parlata.
Si può fare del sarcasmo e ironizzare per non piangere, ma il fallimento storico di questa misura costata miliardi di euro non può essere archiviata con il giro di vite appena annunciato dal governo o l’amara ammissione del ministro dell’Economia dell’epoca, il professor Giovanni Tria. Quest’ultimo, volgendo lo sguardo ai giorni del populismo trionfante, parla oggi di scarsissima qualità di questo provvedimento e dell’altra bandiera dell’effimera era giallo-verde, Quota 100.
Quanto al Rdc, «una norma scritta male che non ha funzionato», ammette con sconcertante realismo. Non vogliamo addossargli troppe colpe, perché ricordiamo perfettamente il ruolo da ‘cane da guardia’ assegnato a Tria in quel governo spericolato. Aveva cose ben peggiori di cui preoccuparsi…
Al contempo, la lezione resta severissima e più che mai valida, oggi che in troppi fingono di non ricordare i loro entusiasmi per quella stagione sconsiderata. Molti di quelli che allora blandirono i nuovi potenti – vecchio vizio della stampa opportunista che non conosce stagioni – adesso sono fra i più grandi corifei della credibilità e del carisma di Mario Draghi.
C’è tutta un’Italia che non prova alcuna vergogna nell’essere saltata dal carro giallo-verde a quello dell’ex presidente della Bce. Pur di non dire, allora come oggi, la verità. Ai tempi del Conte 1 sulle follie che si andavano accumulando, ai nostri giorni facendo finta di non vedere che l’era Draghi certifica il devastante fallimento della classe politica. Un annaspare nel nulla da cui i partiti non si tireranno fuori affidandosi ai poteri taumaturgici del capo del governo o inventando formule fuori dal dettato costituzionale, come abbiamo scritto ieri e oggi commentando la sortita di Giorgetti.
Un esecutivo efficiente e credibile è ciò di cui questo Paese aveva bisogno e su queste colonne non ci stanchiamo di ribadirlo, ma non gli si può chiedere di sostituirsi alle regole e ai protagonisti di una democrazia parlamentare. Sarebbe pericoloso, oltre che innaturale.
di Fulvio Giuliani
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