Brescia, il “Castello cinese”: scoperte 295 società intestate a una prestanome nullatenente
Brescia, riciclaggio di denaro e proventi trasferiti in Cina: fatture false per un valore superiore a 250 milioni di euro
Brescia, il “Castello cinese”: scoperte 295 società intestate a una prestanome nullatenente
Brescia, riciclaggio di denaro e proventi trasferiti in Cina: fatture false per un valore superiore a 250 milioni di euro
Brescia, il “Castello cinese”: scoperte 295 società intestate a una prestanome nullatenente
Brescia, riciclaggio di denaro e proventi trasferiti in Cina: fatture false per un valore superiore a 250 milioni di euro
Brescia. Erano quasi trecento le ragioni sociali intestate a una donna cinese nullatenente, tutte riconducibili a un solo indirizzo nel cuore della città. È quanto emerge da una recente indagine del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Brescia, coordinata dalla Procura distrettuale. Una cittadina cinese, infatti, risultava rappresentante fiscale di ben 295 società di diritto estero, tutte con sede legale nel medesimo indirizzo, usato come mera domiciliazione fittizia. Un meccanismo consolidato e fraudolento prevedeva il trasferimento di somme collegate all’emissione di documentazione contabile fittizia – per un totale di oltre 41 milioni di euro – sui conti correnti di 15 società “cartiere” create appositamente; da queste, e dalle stesse 295 società, il denaro veniva trasferito in Cina tramite bonifici bancari.
Parallelamente, gli investigatori hanno scoperto la raccolta di contante presso esercizi commerciali della comunità cinese sul territorio: questo consentiva di amalgamare canali formali e informali per il trasferimento di capitali. Un sistema di fatture false e contanti che confluiva oltreconfine. Così, i reparti della provincia di Brescia hanno trasmesso alla Direzione Provinciale dell’Agenzia delle Entrate 346 proposte di chiusura di partite IVA, nell’ambito di una strategia mirata a bloccare sul nascere altre attività economiche fittizie. Per le 295 società legate alla prestanome cinese, è stata chiesta anche la cancellazione dalla banca dati che abilita gli scambi commerciali intra-comunitari in modo da tagliare i ponti con il mercato europeo.
Cosa sono le società cartiere e come danneggiano l’economia italiana
Con il termine “società cartiera” si intendono tutte quelle imprese che non vengono costituite per svolgere attività economica reali, ma esclusivamente per emettere fatture false. Documenti fiscali che certificano operazioni commerciali mai avvenute e “ripuliscono” il contante. La denominazione attinge proprio dalla loro natura: esistono solo sulla carta, mancano dipendenti, capannoni, merci e servizi. Le stesse vengono intestate quasi sempre a prestanome compiacenti o ignari, spesso nullatenenti: il loro unico ruolo è firmare atti e comparire come titolari o rappresentanti legali. La conseguenza è che un’impresa desiderosa di abbattere il proprio imponibile fiscale si rivolge a una cartiera, che le emette fatture per forniture o servizi inesistenti. L’impresa in questo modo registra quei costi in contabilità, riducendo il reddito dichiarato e l’IVA dovuta allo Stato.
Dulcis in fundo, il denaro corrisposto alla cartiera viene restituito in contanti o trasferito all’estero. Al netto di una “commissione” destinata a chi tiene le fila della frode. In questo sistema circolare vengono meno le imposte sui redditi, l’IVA e, quando al raggiro si aggiunge anche l’interposizione fittizia di manodopera, mancano anche i contributi previdenziali. Il danno economico per il Paese è sistemico e si articola su più livelli. Sul piano fiscale, ogni fattura falsa è una sottrazione diretta alle casse pubbliche: questo tipo di frodi sottraggono ogni anno miliardi di euro all’erario.
Il caso di Brescia (e non solo): il piano della concorrenza e quello sociale
Sul piano della concorrenza, le imprese che usufruiscono di queste frodi godono di un vantaggio nei confronti di quelle aziende che pagano regolarmente le tasse. Queste alterano il mercato a danno di coloro che operano nella legalità. Sul piano sociale, i capitali sottratti non rimangono nel circuito economico nazionale. Vengono esportati, spesso verso Paesi con scarsa cooperazione giudiziaria, sottraendo liquidità al sistema produttivo nazionale.
Ovviamente, queste strutture si prestano al riciclaggio di denaro proveniente da attività illecite, saldando l’economia grigia e quella criminale. Non troppo distante, nel territorio bresciano si celava un secondo focolaio altrettanto ramificato. L’indagine, condotta dai finanzieri della Compagnia di Rovato, ha portato alla luce 51 imprese irregolari attive tra la Franciacorta e la provincia. Questo sistema di società avrebbe emesso una serie di fatture false per un valore complessivo superiore ai 250 milioni di euro. Con episodi anche di interposizione fittizia di manodopera (ovvero la simulazione di contratti di appalto per mascherare i reali rapporti di lavoro).
Di Angelo Annese
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