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Il campo nomadi Scordovillo a Lamezia Terme: c’è ma non si vuol vedere

Non si sa se sia nato prima l’uno o l’altro. Sta di fatto che a Lamezia Terme, a pochi metri dall’ospedale, c’è il più grande campo nomadi del Sud Italia

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Il campo nomadi Scordovillo a Lamezia Terme: c’è ma non si vuol vedere

Non si sa se sia nato prima l’uno o l’altro. Sta di fatto che a Lamezia Terme, a pochi metri dall’ospedale, c’è il più grande campo nomadi del Sud Italia

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Il campo nomadi Scordovillo a Lamezia Terme: c’è ma non si vuol vedere

Non si sa se sia nato prima l’uno o l’altro. Sta di fatto che a Lamezia Terme, a pochi metri dall’ospedale, c’è il più grande campo nomadi del Sud Italia

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Non si sa se sia nato prima l’uno o l’altro. Sta di fatto che a Lamezia Terme, a pochi metri dall’ospedale, c’è il più grande campo nomadi del Sud Italia

Chi in quella zona ci vive non sa dire esattamente se sia nato prima l’uno o l’altro. Sta di fatto che a Lamezia Terme, a pochi metri dall’ospedale, c’è il più grande campo nomadi del Sud Italia, uno dei più grandi d’Europa. Ci vivono almeno 600 persone, forse di più perché contarli è impossibile. E puntualmente proprio lì vengono dati alle fiamme rifiuti di ogni tipo: macchine, lamiere, c’è di tutto alle spalle del campo e i fumi ovviamente arrivano fino all’ospedale. Una follia, una bomba ambientale accanto al luogo in cui ci si dovrebbe curare. Eppure è oltre mezzo secolo che la situazione è questa: il campo doveva essere sgomberato da anni ma naturalmente è ancora lì.

Perché dove le metti 600 persone abituate a vivere in quello che è diventato un mondo chiuso e quasi inaccessibile dall’esterno? Dove le metti 600 persone che hanno le loro regole, i loro costumi, che non sanno cosa significhi davvero la parola “integrazione”? Eppure sarebbe molto importante risolvere il problema di questo campo che è quasi una baraccopoli, dove ancora ci sono tetti con lamiere in Eternit, dove la fogna è a cielo aperto, dove i bambini corrono a piedi nudi in mezzo all’immondizia. Lo sarebbe per tutti. Per quell’ospedale dalle cui finestre si vedono le nubi nere dei rifiuti bruciati. Per la città. Per quei bambini che, pur essendo nati nel campo, dovrebbero avere la possibilità di studiare, di integrarsi e di avere forse un futuro differente da quello dei loro nonni e genitori.

Ma troppo spesso si preferisce girare lo sguardo. Si preferisce rimandare, tanto quello che è così da mezzo secolo può restare pure per qualche altro anno, no? Scordovillo, così si chiama il campo di Lamezia Terme, è un caso eclatante. Ma ce ne sono altri, in altre città. E ovunque ci si ritrova alla fine con lo stesso problema: si dovrebbe sgomberare eppure non si fa. Perché quelli che erano magari piccoli accampamenti adesso sono diventati enormi. E un conto è sgomberare cinquanta persone, altro conto è sgomberarne dieci volte tanto. E poi dove li metti, nelle case popolari? E le graduatorie che fine fanno? E gli inevitabili problemi di convivenza?

La verità è che sono pochissime le amministrazioni comunali che hanno saputo affrontare in modo tempestivo la questione: nella maggior parte dei casi queste comunità – che nomadi non sono più da decenni – rimangono ai margini delle città e della società. Raramente se ne parla, come se lo stato delle cose fosse immutabile. Con tutto quello che ne consegue, anche in termini di illegalità. E invece, ancora una volta, ignorare il problema significa solo lasciare che diventi ancora più grande.

di Annalisa Grandi

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