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Donatella Di Cesare e il pericoloso alibi rivoluzionario

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Lo scandalo è che ci siano ancora intellettuali e professori, filosofi e qualche commentatore ignorante che ritengono quella delle Brigate Rosse una “rivoluzione”

Donatella Di Cesare e il pericoloso alibi rivoluzionario

Lo scandalo è che ci siano ancora intellettuali e professori, filosofi e qualche commentatore ignorante che ritengono quella delle Brigate Rosse una “rivoluzione”

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Donatella Di Cesare e il pericoloso alibi rivoluzionario

Lo scandalo è che ci siano ancora intellettuali e professori, filosofi e qualche commentatore ignorante che ritengono quella delle Brigate Rosse una “rivoluzione”

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Nell’ottobre 2022 alcuni studenti dell’Università “La Sapienza” di Roma protestarono in maniera rumorosa per l’invito a Daniele Capezzone e all’esponente di Fratelli d’Italia Fabio Roscani al convegno “Il capitalismo buono” organizzato presso la Facoltà di Scienze politiche. Vi furono addirittura scontri con la polizia e conseguenti polemiche politiche e mediatiche dopo il cartello esposto dai collettivi all’ingresso della Facoltà: “Fuori i fascisti dalla Sapienza”. Ora, Capezzone di tutto può essere accusato ma non certo di essere un fascista. Eppure molti studenti di sinistra – cui nessuno ha ancora spiegato che certe ideologie sono state ormai archiviate dalla Storia – si riempiono la bocca e i polmoni di slogan che hanno davvero fatto il loro tempo, dimenticando che un principio fondante di ogni democrazia è la libertà di esprimere idee e opinioni nel rispetto delle regole del dialogo e del confronto e non dello scontro becero fra fazioni.

Mi chiedo però come mai gli studenti della Sapienza non abbiano invece detto nulla sul tweet scritto da Donatella Di Cesare, celebrata professoressa della loro università, nota peraltro più per le sue virulente partecipazioni ai talk televisivi (emula di altri consimili intellettuali, professori o ex diplomatici) che non per le sue pubblicazioni teoretiche: «La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malinconia un addio alla compagna Luna». Luna era il nome di battaglia di Barbara Balzerani, brigatista rossa mai pentita e morta nei giorni scorsi. Il 16 marzo 1978 si trovava in via Fani a Roma: imbracciava un mitra e coi suoi compagni partecipò al rapimento di Aldo Moro e alla strage dei suoi agenti di scorta.

Sembra di capire che la ‘rivoluzione’ della Balzerani sia pienamente condivisa dalla professoressa. Ecco, lo scandalo è che ci siano ancora intellettuali e professori, filosofi e qualche commentatore ignorante che ritengono quella delle Brigate Rosse una “rivoluzione”, mentre fu a tutti gli effetti una associazione di criminali e assassini, peraltro eterodiretti. Ricordo inoltre che in quell’università nel 1980 i cari compagni ‘rivoluzionari’ assassinarono il professor Vittorio Bachelet, uno dei più bravi giuristi italiani.

Gli studenti nulla hanno da dire e da obiettare a chi dall’alto della cattedra impartisce loro una lezione di ‘rivoluzione’ come cosa buona e giusta? Non nego il diritto della professoressa Di Cesare di esprimere le sue opinioni, pur non condividendone l’elemento fondamentale, perché ritengo che la rivoluzione sia stata nei secoli ben altra cosa rispetto a quella invocata dai terroristi che per anni insanguinarono le nostre strade. Alla professoressa Di Cesare consiglio la lettura di un vecchio saggio di Pierre Broué, “La rivoluzione perduta”, formidabile biografia di Trockij. Mi creda, c’è sempre tempo per imparare.

di Andrea Pamparana

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