Fermarono il boss ma senza riconoscerlo
| Cronaca
Sette anni fa i carabinieri fermarono casualmente Matteo Messina Denaro ma non lo riconobbero, la rivelazione del procuratore di Palermo
Fermarono il boss ma senza riconoscerlo
Sette anni fa i carabinieri fermarono casualmente Matteo Messina Denaro ma non lo riconobbero, la rivelazione del procuratore di Palermo
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Fermarono il boss ma senza riconoscerlo
Sette anni fa i carabinieri fermarono casualmente Matteo Messina Denaro ma non lo riconobbero, la rivelazione del procuratore di Palermo
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AUTORE: Federico Bulsara
Qualcuno doveva aver contato troppo sugli identikit, sulle ricostruzioni al computer e su quelle rare foto vere e proprie, se l’uomo per decenni più ricercato d’Italia riuscì a superare un posto di blocco senza che nessuno di quelli che erano lì (anche) per catturare lui si rendesse conto di chi aveva davvero di fronte. Sette anni fa i carabinieri fermarono casualmente un’auto a bordo della quale viaggiava in tutta serenità Matteo Messina Denaro. Imperturbabile nel suo territorio – il Trapanese – il boss dei boss, l’inafferrabile erede di Riina incrociò una pattuglia che non lo riconobbe e, dopo un rapido controllo dei documenti (evidentemente ben falsificati), lo lasciò andare. La rivelazione si deve al procuratore di Palermo Maurizio de Lucia, il magistrato che coordinò le indagini poi sfociate nell’arresto di Messina Denaro. «Il boss confidava nel fatto che le Forze dell’ordine avessero sue foto vecchie di anni» ha raccontato de Lucia nel corso di un incontro con i ragazzi delle scuole di Casal di Principe (Caserta). « Ci dobbiamo interrogare piuttosto su come sia stato possibile che abbia trascorso trent’anni in latitanza».
È dunque tutto molto più semplice di quanto qualunque complottista possa azzardare: pensare che un identikit o una foto vecchia di trent’anni possa bastare a riconoscere al volo un ricercato di quel calibro vuol dire soltanto essere fuori dalla realtà delle cose. Conta molto di più saper fare le indagini. E i fatti lo hanno dimostrato.
Di Federico Bulsara
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