Golfo, guerra senza uscita: energia, politica e illusioni di una crisi destinata a durare
La guerra nel Golfo rischia di protrarsi tra obiettivi confusi degli Usa e resistenza iraniana. Lo Stretto di Hormuz al centro della crisi
Golfo, guerra senza uscita: energia, politica e illusioni di una crisi destinata a durare
La guerra nel Golfo rischia di protrarsi tra obiettivi confusi degli Usa e resistenza iraniana. Lo Stretto di Hormuz al centro della crisi
Golfo, guerra senza uscita: energia, politica e illusioni di una crisi destinata a durare
La guerra nel Golfo rischia di protrarsi tra obiettivi confusi degli Usa e resistenza iraniana. Lo Stretto di Hormuz al centro della crisi
Chi osserva la guerra nel Golfo, dai mercati al nostro stesso governo, lo fa con perplesso scetticismo. Si sa che cercare un filo conduttore logico nelle parole del presidente americano – se non addirittura indizi che favoriscano previsioni razionali – è arte divinatoria e perdita di tempo, ma in fondo tutti sperano di potere credere alle sue parole quando afferma che la guerra durerà poco e che a giorni si ritireranno. Molto, però, lascia credere che le cose potrebbero andare diversamente e che nel Golfo si siano incastrati.
Se il regime iraniano rimanesse al suo posto e lo Stretto di Hormuz rimanesse bloccato, nel mentre gli iraniani continuano a colpire bersagli che si trovano nei Paesi del Golfo alleati dell’Occidente, ogni ipotesi di ritiro si tradurrebbe nella loro disastrosa vittoria. Distrutti, ma vittoriosi. Se l’obiettivo fosse stata la (più che giusta) demolizione del loro programma nucleare, peraltro già annunciata come compiuta nel giugno scorso, si sarebbe potuto fare senza arrivare al punto in cui ci si trova.
Trump, del resto, annunciò di volere partecipare alla scelta dei nuovi capi iraniani, quindi fissando un obiettivo che non si è avvicinato con la decimazione di quelli attuali e da poco trapassati. In queste condizioni la Casa Bianca potrebbe, anche domani mattina, annunciare il ritiro a seguito della fantastica vittoria che non s’era mai vista nella storia. Un annuncio che sarebbe considerato patetico, ma ben accolto e in qualche modo previsto. Se invece prima di andare via s’intende almeno avere sbloccato lo Stretto e avere costretto il regime a una resa, allora c’è ancora molto da fare.
Gli iraniani avevano messo l’attacco nel conto e si erano preparati, mentre gli attaccanti non hanno preparato il contesto della loro azione. Il risultato è che con il regime saldamente insediato le piazze iraniane erano gremite e gridavano per la libertà, mentre con il regime bombardato c’è la paura e si prepara una nuova ondata repressiva. Senza contare che – annunciando di volere compartecipare alla scelta della guida religiosa – Trump ha di fatto avallato la teocrazia, sebbene nel desiderio di metterci un chierichetto asservito. Il che, però, non galvanizza certo le pur presenti e coraggiose opposizioni democratiche. Se prende questa piega, il conflitto dura ancora e forse a lungo.
Quando il governo italiano annuncia la detrazione di 25 centesimi di euro al litro di carburante, per il tempo di 20 giorni, compie tre operazioni:
1. comunica che le accise non saranno cancellate mai (al contrario di quel che dissero) e che in emergenza si fa lo sforzo di ribassarle di 25 centesimi, ovvero meno di un terzo del prelievo fiscale dal succitato litro;
2. fa sapere che il saldo dei conti pubblici è appeso a un filo e che il ministro Giorgetti fa bene a presidiarlo, tanto che pur crescendo il gettito fiscale generato dai carburanti la ‘rinuncia’ non può che essere assai parziale e di sicuro non è un congelamento delle accise;
3. annuncia che prevede o spera che tutto si risolva entro 20 giorni, quindi con una ritirata americana accompagnata dal lancio di aggettivazioni a testata multipla. Le prime due cose le davamo per scontate, la terza potrebbe appartenere al mondo delle illusioni.
E allora? Allora la parte razionale dell’opposizione – anziché mettersi in fila verso il dirupo e andare a votare contro la separazione delle carriere che propose (pensate se i repubblicani del 1861 fossero passati con gli austriaci visto che l’Unità la realizzava Cavour, perché il contesto conta più del testo) – dovrebbe incalzare la parte razionale del governo affinché molli il tentativo di nascondere d’avere ribaltato la propria linea politica ed espliciti la necessità della più profonda integrazione europea, ovvero il solo argine dietro al quale il concetto di sovranità possa trovare alloggio (come dimostra anche la dichiarazione dei sei – Francia, Germania, Giappone, Italia, Paesi Bassi e Regno Unito – sulla sicurezza nel Golfo, diffusa ieri).
Qualche volta ha senso convergere dalla parte della ragione, anziché incaponirsi nell’avere torto pur di divergere, incastrati in un gioco di ruolo.
Di Davide Giacalone
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