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Il carcere di Ivrea non è una eccezione

Cosa sia veramente successo dietro le mura del carcere di Ivrea lo accerterà la magistratura, ma c’è una falla nel meccanismo generale

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Cosa sia veramente successo dietro le mura del carcere di Ivrea lo accerterà la magistratura, certo che impressiona leggere di come ben 45 persone tra agenti di polizia penitenziaria, medici e funzionari risultino iscritti nel registro degli indagati per reati come la tortura ai danni dei detenuti. Su quella casa circondariale già si era indagato in passato per fatti avvenuti fino al 2015, ma adesso gli episodi si riferiscono a un periodo che va fino a quest’anno. Le denunce sono molte, i racconti impressionanti – anche se tutti da confermare – che dipingono il quadro non di pochi elementi fuori controllo, ma di un vero e proprio sistema di abusi e violenze su chi in quel carcere era rinchiuso. Naturalmente la responsabilità è personale, è impossibile però non soffermarsi a osservare che negli ultimi mesi di vicende come questa ce ne sono state altre, a cominciare da quella assai nota di Santa Maria Capua Vetere.

Le carceri italiane sono sovraffollate non da oggi e di conseguenza per forza di cose gli agenti di polizia penitenziaria sono in numero inferiore a quanti dovrebbero essere. Questo non giustifica nulla, perché esiste un Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che ha il compito di vigilare su quanto avviene all’interno delle mura circondariali. Com’è possibile che sistematicamente emergano situazioni di questo tipo? È evidente che in qualche misura, e fermo restando che chi commette un abuso o una violenza ne risponde in prima persona, c’è una falla in tutto il meccanismo. A partire dai controlli.

Senza arrivare a vicende come quella di Ivrea, sarebbe necessario che finalmente lo spinoso tema venisse affrontato in modo serio e organico. Magari anche evitando che in carcere vengano rinchiuse persone che hanno commesso reati che non comportano una pericolosità sociale. Chi ha violato la legge deve pagare, è indubbio, però partendo dall’assunto che in un carcere sovraffollato i rischi – di tutti i generi, da quello sanitario a quello del mantenimento dell’ordine – sono maggiori che in una struttura dove il numero di detenuti è pari a quello previsto dalla struttura. E dalla quantità di personale di sorveglianza presente. Occorrerebbe affrontare la questione senza slogan e senza battaglie ideologiche ma cercando di sanare una situazione che si trascina praticamente immutata da parecchi anni.

La polizia penitenziaria deve poter operare in condizioni accettabili, così come deve essere dignitosa la condizione in cui si trovano i detenuti. Non si tratta di essere buonisti, ma semplicemente civili.

di Annalisa Grandi

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