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Il dolore e le leggi

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Ogni giorno tre lavoratori perdono la vita nell’esercizio delle loro mansioni. Ogni giorno. Come si spiega tutto questo a fronte di leggi all’avanguardia?

Il dolore e le leggi

Ogni giorno tre lavoratori perdono la vita nell’esercizio delle loro mansioni. Ogni giorno. Come si spiega tutto questo a fronte di leggi all’avanguardia?

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Il dolore e le leggi

Ogni giorno tre lavoratori perdono la vita nell’esercizio delle loro mansioni. Ogni giorno. Come si spiega tutto questo a fronte di leggi all’avanguardia?

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Il cordoglio è un sentimento nobile, purché non si trasformi in routine del dolore. La tragedia nella centrale idroelettrica di Suviana e il bilancio intollerabile in vite umane hanno dato il via – non è un giudizio, solo un’amara considerazione – a commenti e doglianze improntate a schemi ben noti. Una routine della costernazione che rende ancora più angosciante il terrificante dato con cui l’Italia deve fare i conti: ogni giorno tre lavoratori perdono la vita nell’esercizio delle loro mansioni. Ogni giorno.

Davanti a tragedie sconvolgenti – come a Brandizzo, Firenze o Suviana – i toni si alzano. La retorica del dolore si accompagna a quella della rabbia. Sacrosanta, purché non cieca: si chiedono sempre più leggi, via via più stringenti, capaci di incidere su questa catena di lutti. È l’unica strada, sottintendendo che il nostro quadro normativo presenta lacune più o meno gravi? Ci permettiamo di dissentire perché, dal punto di vista giuridico, le leggi sulla sicurezza sul lavoro in Italia sono fra le più avanzate al mondo.

Per quanto in leggero calo, i 3 morti al giorno, i 119 dall’inizio dell’anno e i 1.041 del 2023 sono inaccettabili ma come si spiegano? Col mancato rispetto delle leggi (perché scriverle non basta), con l’incapacità di formare come si deve e anche con una mancata crescita culturale degli stessi lavoratori. Non sempre – ognuno può farsi un esame di coscienza – si comprende l’importanza del conoscere leggi, regolamenti, norme e strumenti.

Non ci riferiamo alla tragedia della centrale emiliana, a quella del cantiere fiorentino o ad altre: osserviamo un rispettoso silenzio davanti al dolore e all’esigenza che si faccia piena luce. Chiediamo però che l’accertamento arrivi in tempi civili, altrimenti anche le leggi splendide non funzionano. All’indomani del dramma di Firenze, il Consiglio dei ministri ha reso operativa la cosiddetta ‘patente a punti’ per le aziende in tema di sicurezza. Se sbagli, vieni sanzionato (oltre alle eventuali responsabilità civili e penali) con un minore grado di affidabilità, di ‘punti’ sulla tua patente. Come ovvio, questi ultimi potranno essere tolti solo dopo un’indagine e un eventuale processo. Stesso discorso per il riconoscimento di non responsabilità. Tutto questo con quali tempi? Mentre si aspetta, per le imprese coinvolte in tragici eventi può essere la fine. Non si sopravvive, pure se non si ha alcuna colpa.

Anche additare frettolosamente il sistema dei subappalti come ‘responsabile’ del dramma sicurezza in Italia è una visione manichea e superficiale, facile da sbandierare in piazza o in un talk. Nei lavori ad alta specializzazione è inconcepibile che una sola azienda abbia tutte le competenze necessarie e possa svolgerle al meglio, proprio in ossequio alle sacrosante leggi che ci siamo dati.

di Fulvio Giuliani

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