Il dolore infinito. I momenti che misurano le persone
Ci sono dei momenti nella vita di una comunità in cui emerge un dolore collettivo, una presa di coscienza che rende superflue le frasi fatte
Il dolore infinito. I momenti che misurano le persone
Ci sono dei momenti nella vita di una comunità in cui emerge un dolore collettivo, una presa di coscienza che rende superflue le frasi fatte
Il dolore infinito. I momenti che misurano le persone
Ci sono dei momenti nella vita di una comunità in cui emerge un dolore collettivo, una presa di coscienza che rende superflue le frasi fatte
Un dolore inaccettabile. Si torna sempre a questo concetto che continuiamo a ripetere da giorni, un sentimento che abbiamo provato da quando la notizia di quel maledetto trapianto eseguito oltre ogni possibile faciloneria ci ha raggiunti: non si può credere, non si può accettare, non si può tollerare una morte simile.
Non spetta a noi entrare nel merito di un’inchiesta che dovrà fare il suo corso e aiutarci a capire come sia stato possibile commettere una catena di errori così devastante.
Ci sono dei momenti nella vita di una comunità, però, in cui emerge su tutto un dolore collettivo, una presa di coscienza che rende superflue le frasi fatte, le facce e le espressioni di circostanza. Anche il dolore esibito.
Perché in questa tragedia immane abbiamo visto anche questo e lo abbiamo già sottolineato.
Il peggio è stato mostrato, senza ombra di dubbio, da certa informazione bulimica di finti scoop. Il che ha reso ancora più intollerabile l’assedio dei microfoni, la caccia all’ultima dichiarazione. Come si resta attoniti alla notizia, circolata poche ore dopo la morte del piccolo Domenico, dell’esistenza di soggetti capaci di mettere in piedi delle truffe online attraverso finte catene di solidarietà o altro.
Davanti ai dolori estremi si assiste al peggio e al meglio dell’uomo in quanto tale e di una comunità più in generale e ancora una volta è andata così.
Il meglio, in questo caso, riporta a quella povera mamma, alla sua fermezza e dignità.
Non le abbiamo sentito pronunciare una singola parola di odio e avremmo avuto tutti i motivi per giustificarla.
Non ha mai dato in escandescenze, ha accettato la posizione francamente insostenibile dell’ospedale Monaldi di Napoli, in cui prima si è commesso un errore imperdonabile e incomprensibile e poi si è consumata un’infinita e devastante veglia pubblica.
È proprio vero che la vita, nei suoi infiniti passaggi, a volte mette le persone davanti a prove imperscrutabili.
Momenti in cui si viene pesati, senza scuse e paraventi, dal dolore più insondabile.
L’attimo in cui si distingue chi sa camminare nel mondo a testa alta – pur piegato dal peso di una tragedia ingestibile – e chi accetta l’approssimazione, la dabbenaggine, il dilettantismo colpevole.
Di Fulvio Giuliani
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