AUTORE: Annalisa Grandi
Un bambino è morto, ucciso da chi avrebbe dovuto prendersi cura di lui. Invece nessuno ha protetto il piccolo Daniele da suo padre Davide Paitoni. In un corto circuito giudiziario che rende se possibile ancora più inaccettabile quanto avvenuto.
Perché quest’uomo era ai domiciliari per aver tentato di accoltellare un collega, a novembre. Misura che gli era stata comminata per il pericolo di inquinamento delle prove, non per la sua pericolosità sociale, così come richiesto dal pm. E così il gip di Varese aveva avallato la richiesta del 40enne di poter vedere il figlio, presentata dall’avvocato difensore.
Manca però un tassello, quello delle denunce per maltrattamenti in famiglia presentate dalla moglie dell’uomo, a seguito delle quali era scattata la procedura di “Codice Rosso”, istituita proprio per proteggere le vittime di violenza domestica. Di quelle denunce, ha spiegato il presidente del Tribunale, non vi è traccia. «Se ci sono, sono ancora in Procura» ha aggiunto.
Una spiegazione che se da un lato fa comprendere le ragioni di una scelta, quella di consentire all’uomo di tenere con sé il figlio, dall’altro lascia intendere che vi sia stato un vuoto di cui qualcuno dovrà rispondere. E infatti da più parti nel mondo politico è già arrivata la richiesta al ministro Cartabia di inviare gli ispettori a Varese. Perché non è possibile che due uffici non abbiano comunicato fra loro su una questione così grave.
Eppure pare sia quello che è accaduto e d’altronde in Tribunale non risulta neanche che Paitoni e la moglie avessero avviato le pratiche di separazione. Se non si può smettere di aver fiducia nella giustizia, non ci si può neanche permettere un simile danno alla credibilità e all’affidabilità del sistema. Per di più nell’epoca in cui tutto è informatizzato, in cui esistono database per ogni cosa. Una denuncia per violenza può anche non sfociare in una condanna. Ma qui, insieme alla denuncia, c’è anche la certezza di un atto di violenza da parte di quella stessa persona. Com’è possibile che le due cose non siano state collegate?
Daniele aveva solo sette anni ed è stato ammazzato dal padre con cui doveva festeggiare il Capodanno. Ucciso a coltellate, le stesse coltellate che il 40enne aveva sferrato al suo collega. E con cui ha cercato di uccidere anche la ex. Nessuno purtroppo riporterà in vita questo bimbo. Ma è necessario si faccia chiarezza su quello che è davvero avvenuto nelle stanze del Palazzo di Giustizia di Varese. Perché se qualcuno non ha fatto ciò che doveva, ne deve rispondere. Per la famiglia del piccolo, ma anche perché questa vicenda riguarda la difesa dei diritti. E quindi tutti noi.
di Annalisa Grandi
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