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Ischia

Ischia, dalla storia al cemento

Di Ischia com’era un tempo non è rimasto quasi nulla, il verde è stato sostituito dal bianco e grigio di colate di cemento spietate e assurde.
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Ischia, dalla storia al cemento

Di Ischia com’era un tempo non è rimasto quasi nulla, il verde è stato sostituito dal bianco e grigio di colate di cemento spietate e assurde.
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Ischia, dalla storia al cemento

Di Ischia com’era un tempo non è rimasto quasi nulla, il verde è stato sostituito dal bianco e grigio di colate di cemento spietate e assurde.
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Di Ischia com’era un tempo non è rimasto quasi nulla, il verde è stato sostituito dal bianco e grigio di colate di cemento spietate e assurde.

La tragedia, la cronaca del disastro, la corsa disperata a salvare vite umane prima di doversi rassegnare alla pietosa ricerca delle vittime. Al contempo, il circo montato nei consueti tempi da record: commenti e considerazioni sempre uguali, geologi chiamati al capezzale di un territorio violentato e trascurato, le loro parole che finiscono per diventare una litania. Stanca colonna sonora di uno spettacolo mediatico assurdamente uguale a sé stesso.

Sia chiaro, geologi ed esperti non hanno alcuna responsabilità, anzi. I loro richiami, i loro ammonimenti vengono regolarmente archiviati come scocciature – se non direttamente quali opinioni di menagrami – fin quando le cose vanno bene. Poi, al momento del ciclico disastro, ci ricordiamo e li richiamiamo in servizio. Ma cosa dicono gli esperti, ormai nauseati dall’inutilità delle loro parole? Che in mille angoli d’Italia abbiamo fatto di tutto per distruggere il territorio, aggredendolo con un’indifferenza che sfocia in atteggiamenti criminogeni, creando le condizioni ideali a favorire i disastri naturali. Decenni di abusi edilizi, conosciuti da tutti e tollerati da tutti. Quando scriviamo “tutti”, non stiamo parlando solo dei politici. Parliamo di noi cittadini, di chi qui quegli abusi li ha commessi, nell’intima convinzione che prima o poi sarebbe stata offerta la possibilità di sanarli. Questa sì che è una responsabilità degli amministratori e dei politici, che si salda con l’atavica propensione all’interesse personale di tanti italiani.

Urlare oggi al cielo di Casamicciola e Lacco Ameno per la disgrazia piovuta su Ischia è ipocrita e insopportabile. Chiedere genericamente “soldi” annuncia solo nuovi guai, perché non è mai stata una questione di soldi. Quelli non sono mancati, semmai sono stati troppi e spesi troppo male. L’“Isola Verde” era chiamata così perché ricoperta da una rigogliosa vegetazione di macchia mediterranea, pinete e boschi dalla riva del mare sino alla sommità dell’Epomeo, con i suoi 800 metri di antico vulcano. Ischia è stato un paradiso in Terra sin dalla notte dei tempi, quando i greci provenienti da Eretria e Calcide sbarcarono su quelle spiagge incantate e fondarono diversi insediamenti, fra cui uno proprio nei pressi dell’attuale Lacco Ameno. Fu la prima colonia della Magna Grecia. Per loro Ischia era “Pithecusa”, letteralmente “Isola delle scimmie”. Ne fecero un ricco centro di commerci con la terraferma, con oltre diecimila abitanti.

Di Ischia com’era non è rimasto quasi nulla, il verde è stato sostituito dal bianco e grigio di colate di cemento spietate e assurde. Figlie dell’esplosione del turismo di massa a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, quando i locali scoprirono il Pozzo di San Patrizio dei villeggianti e decisero di costruire, costruire e costruire ancora. Senza criterio e rispetto per il territorio e la storia. Il miraggio dei soldi facili era troppo forte per un’isola povera da sempre e persino remota, nonostante fosse a un’ora di traghetto da Napoli. Non dimentichiamo che dopo la Seconda guerra mondiale fu scelta come luogo di confino della famiglia Mussolini e che il figlio del dittatore, Romano, animò le serate del nascente turismo a Forio d’Ischia con le sue serate jazz nei primi locali dell’isola. Per decenni nessun amministratore dei sei Comuni dell’isola (altra assurdità) ha realmente aggredito il problema, perfettamente consapevole che una lotta all’abusivismo l’avrebbe condannato a sconfitta certa: ecco quella saldatura di cui scrivevamo, con 26mila richieste di condono e appena 600 ordini di demolizione. Responsabilità della politica nazionale nei condoni che in Italia sono sempre ‘penultimi’, ma anche di una comunità locale che non è riuscita ad autoregolamentarsi. In definitiva, non l’ha mai voluto. È difficile leggerlo in queste ore, ce ne rendiamo conto. È altrettanto difficile – credeteci – scriverlo, in modo particolare per chi su quell’isola ci è letteralmente cresciuto. Proprio per questo sappiamo cosa sia accaduto e quale mix tossico di interessi locali, debolezze nazionali e pavidità amministrative abbia contribuito al disastro.

di Fulvio Giuliani 

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