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La morte assurda di Bergamo e chi guarda dall’altra parte

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Riconoscere uno schema, un meccanismo tribale – nel suo peggior significato – per il quale i colori valgono più della persona

La morte assurda

La morte assurda di Bergamo e chi guarda dall’altra parte

Riconoscere uno schema, un meccanismo tribale – nel suo peggior significato – per il quale i colori valgono più della persona

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La morte assurda di Bergamo e chi guarda dall’altra parte

Riconoscere uno schema, un meccanismo tribale – nel suo peggior significato – per il quale i colori valgono più della persona

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Adesso qualcuno dirà che il calcio non c’entra niente, che il pallone è vittima di due bande di balordi o del caso.
Il che in qualche misura è anche vero, ma rischia di diventare soprattutto una scusa. Una comoda scusa, davanti a una tragedia ai limiti dell’inconcepibile.

Una di quelle ben note, che mille volte abbiamo usato per girarci dall’altra parte e non guardare la realtà.

Perché il calcio c’entra eccome, il calcio quando si divide per bande (armate all’occorrenza). Sono bande pronte a sfidarsi per il territorio, per un malinteso senso di appartenenza e di controllo del proprio feudo.
E così il gruppo “straniero” in terra “straniera“ è il nemico, va allontanato, espulso. Costretto a riconoscere chi comanda e dove. La banda regna e gestisce il proprio territorio.

Qui non si tratta di descrivere quanto accaduto nella notte fra ieri e l’altro ieri a Bergamo, per quello ci sono le forze dell’ordine e la cronaca (aberrante).
Si tratta di riconoscere uno schema, un meccanismo tribale – nel suo peggior significato – per il quale i colori valgono più della persona.

L’appartenenza al clan è insieme garanzia e condanna. Dire che il calcio non c’entri nulla è veramente troppo, se anche si ha solo voglia di ricordare anni e anni di tragedie e altre solo sfiorate per buona sorte e pura casualità.

Non è semplicemente accettabile, non è da Paese che voglia dirsi civile.
Rifletteteci, però: sembra quasi non ci sia più neppure la forza di meravigliarsi e indignarsi.

Di Fulvio Giuliani

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