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La trappola degli algoritmi, dall’agguato di Bergamo ai tribunali Usa

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Il “potere” degli algoritmi: dal 13enne che accoltella la prof in provincia di Bergamo in diretta su Telegram alla decisione del tribunale Usa di condannare Meta e Google

La trappola degli algoritmi, dall’agguato di Bergamo ai tribunali Usa

Il “potere” degli algoritmi: dal 13enne che accoltella la prof in provincia di Bergamo in diretta su Telegram alla decisione del tribunale Usa di condannare Meta e Google

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La trappola degli algoritmi, dall’agguato di Bergamo ai tribunali Usa

Il “potere” degli algoritmi: dal 13enne che accoltella la prof in provincia di Bergamo in diretta su Telegram alla decisione del tribunale Usa di condannare Meta e Google

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L’allucinante caso di cronaca in provincia di Bergamo lascia sul terreno una serie di domande a cui non possiamo sottrarci. I simbolismi cercati o inconsciamente subiti, la meccanica stessa dell’accoltellamento, il desiderio di renderlo in qualche misura un evento pubblico. Obiettivo raggiunto, grazie a tutti i media che hanno trasmesso il video dell’agguato (noi no, conta zero, per coerenza).

L’azione violenta, la stessa dinamica, l’evidente premeditazione e la ricerca di “consenso” o almeno pubblicità con quello smartphone al collo, tutto rimanda alle gigantesche e incontrollabili influenze della realtà digitale e in special modo social.

Gli algoritmi: il segreto più gelosamente custodito dai colossi tech

Gli algoritmi sono per definizione il segreto più gelosamente custodito dai colossi tech, ma il meccanismo di base è ben noto: sono pensati e strutturati in modo tale da agganciare il nostro interesse e indirizzarlo in aree di comfort sempre più riconoscibili. Una serie di cerchi concentrici in cui l’utente-navigatore finisce per essere incanalato, trovando via via più soddisfazione ai propri gusti, idee, passioni e ideologie.

Come in una versione soft di Matrix, ciascuno di noi viene nutrito giorno dopo giorno: basta ricostruire a memoria gli argomenti che i social ci mostrano con maggiore frequenza.

Su una mente e un carattere ancora in formazione i rischi che tutto questo porti a devianze o vere e proprie esplosioni di furia incontrollata – come nel caso di Bergamo – sono troppo evidenti per essere negati.

Che fare?

Che fare? Nelle stesse ore in cui l’Italia osservava sbigottita il ferimento della povera professoressa cinquantasettenne, negli Usa Meta e Google venivano riconosciuti “responsabili” in tribunale dell’influenza generata attraverso i propri algoritmi. Una vera pietra miliare, nel Paese che con l’amministrazione Trump ha fatto dell’idea distorta del Free Speech un vanto e un programma politico. E ce l’è venuto a sbattere in faccia un anno fa.

Fra algoritmi e divieti social ai minori

Se si riconosce a livello giudiziario, dunque, la concretezza del rischio, andrebbe da sé che il medesimo vada sanzionato in caso di mancata incapacità dolosa, da parte di chi programma e attiva gli algoritmi, di porre controlli e limiti. Così, si approda quasi inevitabilmente ai divieti ai minori di 15 o 16 anni come in Australia e Francia.

Basterà? Ottimistico crederlo, considerato che il mondo digitale non è certo la Tv degli anni Settanta o Ottanta, quando si costruivano palinsesti ad hoc per i bambini, potendo non solo controllare il mezzo ma conoscendolo fin nei dettagli.

Su un aspetto, però, tutti potremmo fare molto e da subito: smetterla di credere che solo con i toni volgari e violenti si possa essere ascoltati. Gli effetti sono deleteri sugli adulti ma possono essere devastanti su bambini e ragazzi. Qui non c’è un algoritmo dietro cui nascondersi, siamo noi ad aver scelto la volgarità per celare la pochezza delle idee.

di Fulvio Giuliani

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