È stato un inizio anno incredibilmente difficile. Dal punto di vista strettamente emotivo, ma anche sostanziale.
Quanto accaduto in Venezuela è un avvenimento che avrà pesanti ripercussioni geopolitiche. Ci riguarderà tutti, come abbiamo provato già a spiegare in questi due giorni.
Con il passare delle ore, oltre le sempre più friabili pezze d’appoggio giuridiche cercate dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, è emersa una fortissima corrente d’opposizione interna agli stessi Usa.
Democratica, cosa abbondantemente prevedibile, in questo caso capeggiata dal neo sindaco di New York Zohran Mamdani, che ha indetto una conferenza stampa proprio per far sapere di aver chiamato il capo della Casa Bianca con l’unico
scopo di manifestare tutto il suo disappunto e disaccordo per l’operazione che ha portato la cattura e alla deportazione a New York (peraltro) dell’ex dittatore venezuelano.
Anche nella stessa base Maga, peraltro, molte voci si sono dette contrarie o semplicemente contrariate. Il motivo è semplice: una bella fetta dello zoccolo duro dell’elettorato di Trump è iper isolazionista. Ha una linea dell’orizzonte che fa fatica a superare l’uscio di casa, figuriamoci come possa vivere il proprio mentore impegnato in numerose imprese militari in giro per il mondo…
Sin qui Trump, il Venezuela, gli enormi dubbi sulle ricadute per il diritto internazionale e quindi la vita di tutti noi.
Sullo sfondo, però, è rimasta e non potrebbe essere altrimenti, tutta l’angoscia, l’insopportabile peso delle notizie da Crans Montana.
Con il bilancio delle vittime italiane ormai reso ufficiale, il dolore si moltiplica con il passare del tempo. Perché ogni volta che ci fermiamo a pensare – ci è capitato anche sabato sera quando ci siamo trovati per lavoro allo stadio di Bergamo a vivere il minuto di silenzio per le vittime della strage in Svizzera – il primo sentimento è quello del rifiuto: non si può accettare qualcosa di così enorme, sconfortante, incomprensibile. In una parola, intollerabile.
Le prime risultanze delle indagini, i capi d’accusa nei confronti dei titolari del locale della tragedia… tutto sembra confermare con disarmante coerenza ciò che c’è apparso chiaro in modo lampante sin dalle primissime ore.
Non riusciamo ad adattarci all’idea di una simile superficialità criminale. Non sappiamo – ci ripetiamo – quello che decideranno il tribunale e non ci interessa.
Sappiamo che ci è bastato e avanzato leggere il nulla, l’incapacità empatica denunciata dalle parole dei gestori di quell’inferno per ricordarci che una delle più grandi tragedie dei nostri tempi è l’insensibilità. Non saper provare emozioni per il prossimo. Un minimo di empatia.
Perché questo vacuità è orrenda, ma ci permette di capire – sia pur solo in minima parte – come sia stato possibile comportarsi in modo così inaccettabile. Sì, lo ammettiamo: non riusciamo a darci pace.
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