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Le responsabilità non sono virtuali

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La tragedia di Casal Palocco riporta al centro del dibattito il tema dell’utilizzo social e di eventuali limitazioni per fasce d’età

Le responsabilità non sono virtuali

La tragedia di Casal Palocco riporta al centro del dibattito il tema dell’utilizzo social e di eventuali limitazioni per fasce d’età
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Le responsabilità non sono virtuali

La tragedia di Casal Palocco riporta al centro del dibattito il tema dell’utilizzo social e di eventuali limitazioni per fasce d’età
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Limitare l’accesso ai social, garantire un maggior controllo. La tragedia di Casal Palocco – la folle sfida degli youtuber costata la vita a un bimbo di cinque anni – riporta al centro del dibattito il tema dell’utilizzo delle piattaforme che si sono moltiplicate negli ultimi anni. E su cui le normative sono ancora parecchio confuse. Ora arriva la proposta di vietarne l’accesso agli under 13 e pure agli under 15 se non c’è consenso dei genitori. Il tema s’innesta su dibattito al diritto all’anonimato che nel mondo social si trasforma di fatto nel proliferare di account con nomi falsi e via discorrendo. In realtà basterebbe introdurre l’obbligo di registrare un documento, come peraltro già accade quando ci si ritrova con il proprio account Facebook bloccato. Certo, le scappatoie esistono sempre ma non si può continuare a consentire che il mondo social rimanga una realtà senza leggi: vanno responsabilizzati gli stessi genitori di questi ragazzini e protetti i più piccoli dai contenuti inopportuni che su alcune piattaforme continuano purtroppo a proliferare. I social non vanno demonizzati, se non altro perché proprio per la loro enorme diffusione avrebbero in teoria un grande potenziale. È vero che i protagonisti di questo ultimo terribile fatto di cronaca sono maggiorenni, ma c’è da scommettere che fra i loro 600mila follower molti non lo siano. Perché certe ‘imprese’ e follie attecchiscono soprattutto presso il pubblico più giovane, generando un pericoloso rischio di emulazione. C’è poi parecchio da riflettere su come il fatto di poter guadagnare con quei contenuti si trasformi in un pericoloso e irresistibile canto delle sirene. Con i loro video i “The BorderLine” guadagnavano 200mila euro l’anno. Sufficienti per noleggiare un Suv Lamborghini da 1.500 euro al giorno per la loro ultima folle impresa, sentirsi delle star e prendere in giro chi una macchina come quella non se la può permettere: una famiglia che tornava a casa proprio mentre loro sfrecciavano a 110 chilometri orari su una strada dove il limite è fissato a 30. Nulla ha valore e senso se tutto si misura con un pugno di like. Se c’è un genitore che riesce a dire: «È stata una bravata, si aggiusterà tutto». No, non è stata una bravata. E al di là delle indagini in corso, non si aggiusterà nulla perché Manuel è morto a 5 anni. Sarebbe il momento di riflettere davvero, non soltanto sui ragazzi ma soprattutto sugli adulti che a quei giovani dovrebbero insegnare qualcosa. di Annalisa Grandi

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