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L’eterna canea social sulla legittima difesa

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Il recentissimo caso di un rapinatore sinti ucciso durante un tentativo di furto in casa dalla reazione della vittima ha riacceso l’eterno (e pericoloso) dibattito social sulla legittima difesa in Italia

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L’eterna canea social sulla legittima difesa

Il recentissimo caso di un rapinatore sinti ucciso durante un tentativo di furto in casa dalla reazione della vittima ha riacceso l’eterno (e pericoloso) dibattito social sulla legittima difesa in Italia

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L’eterna canea social sulla legittima difesa

Il recentissimo caso di un rapinatore sinti ucciso durante un tentativo di furto in casa dalla reazione della vittima ha riacceso l’eterno (e pericoloso) dibattito social sulla legittima difesa in Italia

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Il recentissimo caso di un rapinatore sinti ucciso durante un tentativo di furto in casa dalla reazione della vittima ha riacceso l’eterno (e pericoloso) dibattito sulla legittima difesa in Italia.

Mi è capitato di parlarne tante volte in televisione e appena ieri pomeriggio in radio: ogni volta è praticamente impossibile riuscire a ragionare con un minimo di equilibrio su un tema che comprensibilmente accende gli animi, indigna e preoccupa, ma allo stesso tempo viene banalizzato in modo terribile.

Il concetto della proporzionalità della legittima difesa è un pilastro dello stato di diritto, anche perché rinvia al ruolo delle forze dell’ordine la prevenzione e la repressione e al potere giudiziario la pena da comminare a chi si macchi di reati, ancor più se particolarmente odiosi come il caso nel varesotto da cui siamo partiti oggi.

L’autodifesa, sacrosanta, non può essere estesa con leggerezza con concetti buoni per la pancia social del tipo: “In casa la difesa è sempre legittima“. Slogan politico efficacissimo, semplice, diretto, ma pericoloso e fuorviante. Perché non è sempre vero, perché le fattispecie sono innumerevoli e perché la cronaca è ricca di casi di vittime tramutatisi in carnefici.

Questo in generale, perché sul caso in oggetto toccherà ai carabinieri indagare e alla magistratura pronunciarsi. Punto.

Il tutto non genera alcun tipo di simpatia per i delinquenti. Anzi. Far diventare un criminale una vittima e magari un martire è una beffa atroce per chi crede nell’onestà e banalmente nel cercare di non fare del male al prossimo.

Eppure la canea social è irrefrenabile: rischiamo di affondare sotto il peso di aspiranti giustizieri della notte, sceriffi improvvisati, ronde, gente che dice tranquillamente che si doterebbe di pistole, fucili o cannoni per farsi giustizia da sola.
Tutte smargiassate o quasi, pericolose però quando ci si abitua all’idea. Si comincia a sdoganare il concetto.

Provo solo a far notare un aspetto: la maggioranza di coloro che hanno attaccato in modo furente il proscioglimento di Chiara Ferragni da parte del tribunale di Milano aveva già emesso le propria, inappellabile condanna social e ha considerato intollerabile la non condanna in tribunale. Chiedono più diritto, per meglio dire più legge e ordine (non mi interessa la Ferragni, mi interessa il caso).

Allo stesso tempo, rifiutano il diritto, se si tratta dell’ipotetica loro autodifesa. Che in quel caso deve diventare senza limiti e controlli, in particolare fra le mura domestiche. Legge e ordine sono loro, mano libera.
Un modo di pensare che non fa presagire niente di buono.

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