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L’obbrobrio giudiziario del caso Lombardo

Pasquale Lombardo, ex presidente della Regione Sicilia incappato nelle indagini giudiziarie 20 anni fa, è in attesa di una sentenza definitiva.  A quanto pare, però, la vera pena è l’infinita durata del processo.

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Pasquale Lombardo: chi era costui? Parafrasando la celeberrima frase di manzoniana memoria, i più, ascoltando questo nome, si chiederanno chi fosse questo signore. Probabilmente hanno anche ragione, dal momento che l’opinione pubblica l’ha ormai dimenticato. Non però la macchina della giustizia. Vediamo di rinfrescare la memoria ai lettori.

Pasquale Lombardo è un ex presidente della Regione Sicilia incappato nelle maglie delle indagini giudiziarie per reati estremamente gravi quali il concorso esterno in associazione mafiosa e la corruzione elettorale aggravata da finalità mafiose. Ebbene, Lombardo ha vissuto un’odissea inenarrabile, dal momento che il sistema giudiziario italiano – dopo quasi venti anni (sic) dai fatti contestati (uno dei più importanti risale al 2003!) – non è ancora riuscito ad accertarne con sentenza definitiva l’innocenza o l’eventuale colpevolezza. È qualcosa di inaudito. Ormai tutti avevano dimenticato la vicenda personale e giudiziaria di questo individuo (l’ordine degli aggettivi non è casuale, visto che viene prima la persona e poi l’imputato). Poi, di colpo, l’altra sera il telegiornale delle 20 – dopo aver comunicato il macabro bollettino giornaliero dei morti per Covid e prima di informare che in Kazakistan l’esercito sta sparando sulla folla dei dimostranti – ha annunciato, come una sorta di interludio, che Pasquale Lombardo era stato assolto in appello.

Si possono soltanto immaginare la sua sofferenza interiore, il suo patema d’animo, la sua infelice condizione, le sue enormi spese legali. E non è ancora finita, dal momento che la Procura generale potrebbe presentare appello per un nuovo giudizio. Naturalmente l’imputato, ex art. 27 della Costituzione, rimane innocente fino a sentenza definitiva che dimostri il contrario. In ogni caso, non è minimamente concepibile che una persona rimanga nel terribile limbo del processo (quando magari è già stato condannato dall’opinione pubblica) per un periodo così lungo. Uno dei pilastri di ogni ordinamento giuridico degno di tal nome è il sacrosanto diritto di un individuo a un processo equo e giusto: quindi celere e certo. E invece, con un’orrenda metamorfosi, la vera pena è diventata l’infinita durata del processo.

Ricordiamo le principali date di questo tormentato iter giudiziario. La sentenza del primo grado è del 2014; quella di appello del 2017; quella della Cassazione (che ha annullato la prima decisione dei giudici di secondo grado, chiedendo un altro processo) del 2019; la seconda d’appello del 2022. In media, un grado di giudizio ogni tre anni. È un obbrobrio giuridico. Significa che, per decidere il destino di un essere umano ci vogliono quasi 3mila giorni trascorsi nelle aule di tribunale. Per una volta tanto, è paradossalmente un bene che molti giovani siano disinteressati alla Storia: in tal modo non sapranno che duemila anni fa eravamo la ‘culla del diritto’. Anche se, già all’epoca, il saggio e scaltro Cicerone ammoniva: «Summum ius, summa iniuria».

 

di Antonio Leggiero

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