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L’omicidio di Civitanova Marche

Un uomo è morto, una moglie ha perso un marito e un bambino è rimasto senza padre. È quel che ha lasciato Filippo Ferlazzo, il 32enne che a Civitanova Marche ha ucciso in modo barbaro e atroce Alika Ogorchukwu

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Prima la tossicodipendenza, poi un Tso con la diagnosi di sindrome bipolare e disturbo borderline della personalità. Che Filippo Ferlazzo, il 32enne che a Civitanova Marche ha ucciso in modo barbaro e atroce Alika Ogorchukwu, fosse una persona problematica non era certo un mistero. Tanto che dopo il trattamento sanitario obbligatorio a cui era stato sottoposto a Salerno, dove viveva prima di trasferirsi, la madre era stata nominata sua tutor. Il problema è che quest’ultima è una figura che di fatto viene impiegata soprattutto laddove ci siano da amministrare i beni di persone che non sono in grado di farlo da sole. Lei continuava a vivere nella città campana e non si capisce in che modo avrebbe potuto impedire al figlio di fare alcunché. Lui tra l’altro aveva anche iniziato a lavorare, nonostante ad aprile per ben due volte si fossero resi necessari interventi: la prima volta dei sanitari, la seconda della polizia.

Come in altre vicende, rimane da chiarire l’importante nodo legato al fatto che Ferlazzo evidentemente non era sottoposto al controllo di cui avrebbe avuto bisogno, anche dal punto di vista clinico. Gli erano stati prescritti dei farmaci, ma chissà se li assumeva. Eppure il suo disturbo comporta proprio il passaggio repentino da momenti di assoluta calma a stati di grande aggressività. Come prevedibile, i suoi legali chiederanno per lui la perizia psichiatrica. Resta il fatto che un uomo è morto, che una moglie ha perso un marito e un bambino è rimasto senza padre. Ucciso da una furia cieca scoppiata per un nulla.

Il Tso a cui Ferlazzo era stato sottoposto non deve però trasformarsi in una sorta di alibi. È la strategia difensiva che viene utilizzata in molti casi, quella di invocare l’infermità o la seminfermità mentale. Ma delle due l’una: o vi sono state gravi, enormi carenze nella gestione di una persona che evidentemente doveva essere sottoposta a ben altri controlli oppure non si può utilizzare un disturbo della personalità per giustificare un omicidio. Così come suonano stonate, anche se è comprensibile il dolore di una madre, quelle parole preoccupate rivolte al figlio arrestato e quel «Povero figlio mio, è sempre stato un ragazzo difficile».

Qui l’unica vittima è il povero Alika, massacrato in mezzo alla strada. Al quale il suo assassino ha avuto anche la lucidità di rubare il cellulare, prima di cercare di darsi alla fuga. Il resto lo accerterà chi indaga. Alika è stato massacrato non per ragioni razziali, qui non c’entra il colore della pelle ma la furia, l’odio cieco di una persona. Così come s’impongono il rispetto e la solidarietà di tutti alla vedova, che a quell’Italia che l’ha accolta chiede giustizia. Non sia lasciata sola, come solo è morto suo marito.

 

Di Annalisa Grandi

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