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Malattia inventata per salvare vite

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Così tre medici romani sviarono i nazisti usando un fantomatico morbo K: la storia di Giovanni Borromeo, Adriano Ossicini e Vittorio Sacerdoti

Malattia

Malattia inventata per salvare vite

Così tre medici romani sviarono i nazisti usando un fantomatico morbo K: la storia di Giovanni Borromeo, Adriano Ossicini e Vittorio Sacerdoti

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Malattia inventata per salvare vite

Così tre medici romani sviarono i nazisti usando un fantomatico morbo K: la storia di Giovanni Borromeo, Adriano Ossicini e Vittorio Sacerdoti

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Nell’autunno del 1943 Roma è una città occupata dai nazisti. Le strade sono presidiate, le retate improvvise, la paura un rumore di fondo costante. Dopo il rastrellamento del Ghetto del 16 ottobre la comunità ebraica vive nell’ombra, cercando ripari provvisori e alleati silenziosi. È in questo spazio fragile, tra terrore e urgenza morale, che nasce il morbo K: una malattia che non esiste, ma che riesce a salvare delle vite.

Il luogo è l’ospedale “Fatebenefratelli”, sull’Isola Tiberina, un edificio apparentemente marginale e invece cruciale. Qui opera Giovanni Borromeo, primario illuminato, uomo di princìpi solidi e di un coraggio mai esibito. Accanto a lui ci sono due giovani medici: Adriano Ossicini e Vittorio Sacerdoti, quest’ultimo ebreo e costretto a vivere in clandestinità ma deciso a non abbandonare il proprio posto. Tre figure diverse per età, formazione e storia personale, unite da una scelta netta: usare la medicina non soltanto per curare ma per proteggere.

Quando i nazisti iniziano a perquisire ospedali e conventi, il “Fatebenefratelli” diventa un rifugio improvvisato. Ma un rifugio, per resistere, ha bisogno di una copertura credibile. E allora ecco l’idea, semplice e geniale allo stesso tempo: inventare una malattia. Una patologia dai contorni indefiniti, ma sufficientemente spaventosa da tenere lontani i soldati tedeschi. Nasce così il morbo K. La scelta di quella lettera non è casuale. Secondo i racconti dei protagonisti, è un riferimento ironico e rischioso ai nomi dei comandanti nazisti a Roma, Herbert Kappler e Albert Kesselring. Un’allusione beffarda, pronunciata sottovoce, che trasforma il linguaggio dell’oppressore in uno strumento di difesa. Chiamarlo “morbo K” significa ribaltare il potere della paura: non sono più i tedeschi a incuterla, ma una finta diagnosi capace di tenere gli aguzzini a distanza.

Sulle cartelle cliniche compaiono sintomi vaghi, ma allarmanti: tosse violenta, paralisi progressiva, esiti letali. I pazienti vengono isolati in un reparto apposito. Dietro quelle porte non ci sono malati contagiosi ma uomini e donne scampati alle deportazioni, famiglie intere che fingono di stare peggio per poter vivere. Quando i soldati entrano per le ispezioni, Borromeo parla con voce ferma, Ossicini usa termini tecnici, mentre Sacerdoti resta nell’ombra. Nessuno osa avvicinarsi troppo. La paura del contagio funziona meglio di qualsiasi arma.

Quella del morbo K è una resistenza senza proclami, fatta di turni di notte, sguardi d’intesa, firme apposte sapendo che un errore potrebbe essere fatale. Non ci sono scontri a fuoco né gesti clamorosi, ma una disobbedienza quotidiana, ostinata, profondamente umana. Salvare una vita alla volta diventa un atto politico.

Dopo la guerra questa storia rimarrà a lungo ai margini. Borromeo verrà riconosciuto “Giusto tra le Nazioni”, Ossicini racconterà quei giorni molti anni dopo, con pudore, quasi a voler ridimensionare l’eroismo. Eppure proprio in quella normalità risiede la forza del loro gesto. Oggi il racconto del morbo K torna a farsi largo anche grazie alla fiction Rai ispirata a questa vicenda, in onda oggi e domani in occasione della Giornata della Memoria. Non è soltanto un’operazione di ricostruzione storica, ma un invito a interrogarsi sul significato profondo della parola “resistenza”. Perché resistere non significa sempre combattere apertamente. A volte vuol dire inventare una malattia, darle un nome carico di senso e usarla per opporsi al male.

Il morbo K non compare in nessun manuale di Medicina. Ma esiste nella storia morale del Novecento. È la prova che anche nei periodi più bui l’intelligenza, il coraggio e la responsabilità individuale possono creare varchi inattesi. E che la dignità umana, anche quando viene calpestata, trova sempre una strada verso la salvezza.

Di Stefano Faina e Silvio Napolitano

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