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Maldive, il racconto di un diver italiano: “Le correnti possono cambiare in pochissimo tempo, ma loro erano tutti esperti”

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Filippo Mojsio, diver esperto, è ancora sotto choc per quanto avvenuto ai cinque italiani: “Conosco l’atollo dove è avvenuta la tragedia”

Maldive, il racconto di un diver italiano: “Le correnti possono cambiare in pochissimo tempo, ma loro erano tutti esperti”

Filippo Mojsio, diver esperto, è ancora sotto choc per quanto avvenuto ai cinque italiani: “Conosco l’atollo dove è avvenuta la tragedia”

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Maldive, il racconto di un diver italiano: “Le correnti possono cambiare in pochissimo tempo, ma loro erano tutti esperti”

Filippo Mojsio, diver esperto, è ancora sotto choc per quanto avvenuto ai cinque italiani: “Conosco l’atollo dove è avvenuta la tragedia”

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Alle Maldive ogni anno si registrano migliaia di turisti, specie italiani: nei primi tre mesi del 2026 se ne sono contati oltre 54mila e tra loro c’era anche Filippo Mojsio, diver esperto, che in quegli atolli ha fatto diving ben tre volte, oltre ad aver visitato le meraviglie di Oceani e mari ovunque nel mondo, dalle Bahamas al Mar Rosso.

L’ultima sua volta alle Maldive è stata a marzo e oggi è scosso per quanto accaduto ai cinque italiani: “Io e mia moglie ci siamo stati meno di tre mesi fa, anche se nell’estremo sud. Ma conosciamo l’atollo dove è avvenuta la tragedia, è famosissimo per le sue escursioni nelle cosiddette pass, i canali tra un atollo e l’altro, dove l’insidia maggiore è forse quella delle correnti”, racconta. “È una caratteristica del 90% delle immersioni in quell’area, dove c’è un’incredibile ricchezza di fauna, ma le correnti cambiano proprio da un giorno all’altro e da un’ora all’altra”, spiega il diver italiano.

Un’altra differenza rispetto ad altre mete per immersioni, come il Mar Rosso, è che alle Maldive le escursioni partono sempre da una barca da appoggio, non dalle navi da crociera, quindi l’attrezzatura viene preparata a bordo delle prime.

“Anche le bombole sono differenti: nel Mar Rosso, ad esempio, si usano le monobombola, monoattacco, generalmente con una capienza di 12 litri, mentre alle Maldive spesso si trovano le bombole in acciaio – volendo con il doppio attacco per usare due sistemi di erogazione, dalla stessa bombola – e da 15 litri, salvo in alcuni casi (specie per le donne, che consumano un po’ meno aria). Alle Maldive si preferisce l’aria al Nitrox che, quando viene usato, è caricato al 28% e non oltre. Per questo mi sentirei di escludere problemi di miscele”, spiega Filippo.

Nel gruppo dei cinque italiani c’era anche Monica Montefalcone, ritenuta molto esperta. Come ricorda su Oceano 4Future l’Ammiraglio Andrea Mucedola, oggi in riserva e che ha conosciuto la docente dell’Università di Genova, “era instancabile”: si era iscritta all’International School of Scientific Diving (ISSD), aveva contribuito “alla formazione di decine di studenti grazie alla sua capacità di trasmettere entusiasmo a tutti gli studenti, soprattutto durante le attività scientifiche sul campo; alcuni, come Federico Gualtieri, anche lui perito nell’incidente, avevano continuato a seguirla nelle sue molteplici attività e progetti scientifici di cui era diventata responsabile”.

Proprio la sua esperienza rende più difficile spiegare cosa possa essere accaduto: “È complicato dare risposte oggi, ma certamente non era un’escursione ricreativa: da professionisti avevano sicuramente pianificato tutto, perché per Montefalcone era anche un lavoro. Come per i militari, diventa una forma mentis”, spiega Filippo. Eppure si sarebbero trovati a 50/60 metri mentre il divieto è a 30 metri di profondità: “Questo accade ovunque, anche in Italia: si supera quella soglia con molta facilità. Tranne che negli Stati Uniti, dove le regole sono molto più rigide e, quando si riemerge e la guida controlla l’attrezzatura, se vede che si è andati oltre il limite vieta altre immersioni per almeno 24 ore”.

L’ipotesi più plausibile, secondo il diver, è che possa essere accaduto qualche imprevisto: “Magari condizioni naturali, come un cambio di corrente mentre erano in una delle tre grotte, o tecniche (una rottura o malfunzionamento all’attrezzatura) o fisiche: in caso di malore di uno del gruppo, per esempio, può diventare estremamente difficile tirarlo fuori da un ambiente stretto o con ostruzioni. Specie se interviene il panico, che è molto pericoloso anche a profondità limitate: se ci si agita o si aiuta qualcuno in difficoltà, si consuma certamente più aria – dice Filippo – Anche poca corrente, a un solo nodo ma contraria, può diventare un elemento di rischio, anche per gli esperti. Va considerato, infatti, che il sito in cui si trovavano è costituito da tre grotte unite da due canali, per una lunghezza complessiva di 260 metri”.

A colpire è stato anche il fatto che sia morto uno dei soccorritori, per di più per malattia da decompressione: “Si ritiene che fosse molto esperto e in più aveva assistenza, quindi la possibile spiegazione è che ci possa essere stato un problema nel recupero di un corpo, che di per sé non è un’operazione facile e comporta fatica e maggior consumo di miscela”, osserva Filippo, che aggiunge: “La mia speranza, seppure residua, rimane che possano trovarli su un atollo, magari trascinati in acque aperte da una corrente esterna. Qualche risposta potrebbe essere ricavata dai loro computer subacquei, specialmente se avevano sonde per calcolare i consumi di aria (o nitrox, anche se non credo utilizzassero quest’ultimo”.

Di Eleonora Lorusso

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