Milano, l’agente Cinturrino fermato per omicidio volontario dello spacciatore ucciso a Rogoredo
Milano, l’agente Cinturrino fermato per omicidio. Una vicenda su cui come prevedibile si sta accendendo lo scontro politico
Milano, l’agente Cinturrino fermato per omicidio volontario dello spacciatore ucciso a Rogoredo
Milano, l’agente Cinturrino fermato per omicidio. Una vicenda su cui come prevedibile si sta accendendo lo scontro politico
Milano, l’agente Cinturrino fermato per omicidio volontario dello spacciatore ucciso a Rogoredo
Milano, l’agente Cinturrino fermato per omicidio. Una vicenda su cui come prevedibile si sta accendendo lo scontro politico
Una vicenda su cui come prevedibile si sta accendendo lo scontro politico. Tra chi si premura di difendere comunque l’operato delle forze dell’ordine e chi invece addirittura invoca un azzardato paragone con l’ICE. Di certo quanto si è scoperto sulla vicenda del pusher ucciso a Rogoredo non può non sconcertare. Perché la storia che tutti avevamo raccontato all’inizio, in realtà pare essere stata una clamorosa messinscena.
Si parla di “pesantissimo rischio di inquinamento di prove”, di rischio di fuga e addirittura di “pericolosità sociale” nell’ordinanza del gip che ha chiesto la convalida del fermo di Carmelo Cinturrino, il poliziotto indagato e ora arrestato per aver sparato lo scorso 26 gennaio a Abderrahim Mansouri durante un controllo antidroga a Rogoredo. Che la situazione si stesse complicando per il poliziotto era chiaro già dagli ultimi giorni e ora, come prevedibile, sono scattate le manette.
D’altronde gli elementi a suo carico appaiono piuttosto gravi, in primis il fatto che sulla replica della Beretta trovata accanto al corpo dello spacciatore c’era solo il suo Dna e non quello di Mansouri. E quindi prende corpo l’ipotesi che la pistola sia stata messa lì dopo, insomma che tutto il quadro sia stato alterato per restituire una versione dei fatti che avvalorasse quanto detto da Cinturrino, e cioè che avrebbe sparato perché Mansouri gli puntava contro la pistola.
Insomma il poliziotto avrebbe invece sparato a un uomo disarmato, per ragioni che sono ancora da capire, e di più, avrebbe aspettato quasi mezz’ora prima di chiamare i soccorsi. Quasi mezz’ora per alterare la scena, per far credere di aver agito perché si sentiva minacciato. Una brutta storia, una brutta storia perché getta un’ombra sull’operato di chi dovrebbe garantire il rispetto della legge e invece a quanto pare, anche prima di questo episodio, agiva più per il proprio interesse personale che per dovere.
Almeno è quanto si evince dalle testimonianze di chi ha raccontato del suo modo “disinvolto” di agire in strada, di certi arresti forzati e di altri evitati, addirittura c’è chi parla di un “pizzo” agli spacciatori. E rimane anche da chiarire la posizione di altri quattro colleghi ora indagati che in prima battuta avevano di fatto confermato la sua versione e invece durante gli interrogatori avrebbero in parte ammesso non solo di aver coperto il collega ma avrebbero confermato quel suo modo di agire non sempre entro le regole.
C’è chi racconta che all’interno del commissariato tutti fossero in qualche modo “succubi” di Cinturrino. Poco importa, in fondo, l’importante è che si faccia chiarezza su quanto realmente avvenuto quel pomeriggio. Anche per tutti quelli che indossano la divisa e che il loro lavoro lo fanno nel rispetto della legge, rischiando la loro vita. Perché questa storia, in fondo, è un danno anche per tutti loro.
A tracciare una linea di demarcazione netta tra l’istituzione e chi ha tradito la divisa ci ha pensato il Capo della Polizia, Vittorio Pisani, che sulla vicenda ha usato parole durissime: “Penso che aver dimostrato come la Polizia di Stato ha operato l’arresto di un ex appartenente alla Polizia di Stato, anzi lo definirei un delinquente, penso che questa sia l’immagine sana del nostro modo di operare”.
Per i vertici della polizia, Cinturrino non merita più nemmeno la qualifica di collega: “L’immagine sana è quella dei colleghi investigatori della questura di Milano e questo è molto importante, perché noi abbiamo necessità di essere punto di riferimento per la nostra collettività e il cittadino deve avere quotidianamente fiducia nel nostro operato”, ha concluso il Capo della Polizia.
Di Annalisa Grandi
La Ragione è anche su WhatsApp. Entra nel nostro canale per non perderti nulla!
Leggi anche