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Milano, pusher ucciso a Rogoredo e quei 23 minuti di buco prima di chiamare i soccorsi

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Milano, un buco di 23 minuti prima di chiamare i soccorsi e quelle voci sul fatto che il poliziotto chiedesse “il pizzo” agli spacciatori

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Milano, pusher ucciso a Rogoredo e quei 23 minuti di buco prima di chiamare i soccorsi

Milano, un buco di 23 minuti prima di chiamare i soccorsi e quelle voci sul fatto che il poliziotto chiedesse “il pizzo” agli spacciatori

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Milano, pusher ucciso a Rogoredo e quei 23 minuti di buco prima di chiamare i soccorsi

Milano, un buco di 23 minuti prima di chiamare i soccorsi e quelle voci sul fatto che il poliziotto chiedesse “il pizzo” agli spacciatori

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Un buco di 23 minuti prima di chiamare i soccorsi. E quelle voci, sul fatto che il poliziotto chiedesse “il pizzo” agli spacciatori per chiudere un occhio sui loro traffici. Sono due dei tanti elementi al vaglio di chi sta indagando sulla vicenda dalla morte di Abderrahim Mansouri, il pusher marocchino ucciso alcune settimane fa da un poliziotto a Rogoredo durante un controllo antidroga.

Nelle ore successive al fatto in tanti, a cominciare dalla politica, avevano fatto quadrato intorno all’agente di polizia. Comprensibile, perché è terribile dover immaginare invece che un poliziotto, ovvero colui che per strada rappresenta la legge, si metta a sparare arbitrariamente a una persona.

Quello che sta emergendo adesso però è un quadro parecchio diverso. Che parte appunto da quei 23 minuti, passati dal momento in cui Carmelo Cinturino, in forza alla squadra investigativa del commissariato Mecenate, ha aperto il fuoco, a quando sono stati chiamati i soccorsi. In quei minuti il collega che era con lui è tornato in commissariato – ha detto sotto indicazione di Cinturino – per portare sulla scena del delitto uno zainetto.

L’ipotesi è che contenesse la replica della Beretta fatta trovare accanto al corpo dello spacciatore, che quindi sarebbe stato disarmato. Insomma 23 minuti che sarebbero stati utilizzati per alterare la scena del crimine. Ipotesi, per ora, e si stanno vagliando i contenuti dei telefoni sia del poliziotto indagato per omicidio volontario che di quattro suoi colleghi indagati per omissione di soccorso e favoreggiamento.

Si cercano riferimenti precisi a “Zack”, come era soprannominato lo spacciatore. Perché proprio lui – che faceva parte di una famiglia che gestisce lo spaccio nella zona – avrebbe confidato tempo prima di essere ucciso di aver paura di quel poliziotto. Avrebbe detto che gli chiedeva un “pizzo” di duecento euro e cinque grammi di cocaina per lasciarlo di fatto libero di spacciare. Il problema è che è un racconto che in parte coincide con altre testimonianze raccolte nella zona, e in particolare con una informativa depositata a gennaio in cui un tossicodipendente – ritenuto però nella sua testimonianza attendibile – avrebbe rivelato di come il poliziotto si facesse dare dei soldi, a volte anche pochi spiccioli, dagli spacciatori della zona, e anche da quelli che a quanto pare vendevano droga alla luce del giorno nel palazzo della zona di Corvetto in cui la moglie dell’agente lavora in portineria.

Testimonianze ovviamente da verificare, e su questo le indagini continuano e continueranno. Certo quello che ne emerge oggi è un quadro totalmente diverso da quello delle prime ore dopo il fatto. E certo se si dovesse accertare che il poliziotto ha sparato a un uomo disarmato, ed è stato poi coperto dai suoi colleghi, sarebbe davvero terribile. Perché la fiducia nelle forze dell’ordine, le stesse che giustamente sono state difese a spada tratta quando aggredite come nei cortei di Torino, è fondamentale per tutti noi.

Di Annalisa Grandi

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