Niscemi e il rischio che diventi una delle tante città fantasma
Gennaio 2026, Niscemi, nel cuore della Sicilia. Una frana enorme si apre come una ferita sotto il borgo. Il terreno cede, le case scricchiolano
Niscemi e il rischio che diventi una delle tante città fantasma
Gennaio 2026, Niscemi, nel cuore della Sicilia. Una frana enorme si apre come una ferita sotto il borgo. Il terreno cede, le case scricchiolano
Niscemi e il rischio che diventi una delle tante città fantasma
Gennaio 2026, Niscemi, nel cuore della Sicilia. Una frana enorme si apre come una ferita sotto il borgo. Il terreno cede, le case scricchiolano
Gennaio 2026, Niscemi, nel cuore della Sicilia. Una frana enorme si apre come una ferita sotto il borgo. Il terreno cede, le case scricchiolano. In pochi giorni 1.500 persone vengono evacuate, lasciando dietro di sé porte chiuse in fretta, fotografie sui muri, una vita sospesa. Il rischio è che questo piccolo centro in provincia di Caltanissetta diventi l’ennesima città fantasma italiana, un luogo dove il silenzio prende il posto delle voci e la memoria resta imprigionata tra edifici pericolanti. Le prime misure di emergenza mettono in sicurezza l’area, ma il futuro resta incerto: tornare, ricostruire o abbandonare.
Niscemi e l’Italia fragile, non è una storia nuova
Non è una storia nuova. L’Italia è una terra fragile, giovane dal punto di vista geologico, attraversata da faglie, pendii instabili e corsi d’acqua spesso dimenticati. Nel corso dei decenni frane, terremoti e piogge estreme hanno svuotato interi borghi. Paesi un tempo vivi – animati da feste, mercati e relazioni quotidiane – oggi restano immobili, congelati nel tempo. È un fenomeno antico ma drammaticamente attuale, che si ripete con nomi diversi e scenari simili. Il terreno instabile è spesso il primo imputato, ma non l’unico. I terremoti colpiscono all’improvviso, le piogge sempre più intense scavano sotto le fondamenta, mentre l’uomo arriva quasi sempre troppo tardi. La prevenzione resta una parola fragile quanto i territori che dovrebbe proteggere. Mancano manutenzione, pianificazione, ascolto dei segnali che la natura invia da anni. E così, quando l’emergenza esplode, l’unica risposta immediata sembra essere l’abbandono.
Negli anni Settanta, dopo calamità come il terremoto del Belice del 1968, lo Stato italiano affrontò la ricostruzione attraverso leggi speciali pensate caso per caso. Borghi come Poggioreale e Gibellina furono distrutti e ricostruiti altrove, spesso senza un quadro normativo organico. Le competenze erano frammentate tra Ministeri, Enti locali e Consorzi straordinari; i finanziamenti arrivavano lentamente e senza una visione unitaria. La ricostruzione durò oltre vent’anni, segnata da ritardi, scelte urbanistiche controverse e dallo sradicamento fisico delle comunità. Era un modello emergenziale, più reattivo che pianificato, in cui la sicurezza veniva dopo l’urgenza e la prevenzione restava marginale.
A partire dagli anni Novanta questo approccio ha iniziato a cambiare
A partire dagli anni Novanta – e con maggiore evidenza dopo i grandi terremoti del nuovo millennio – questo approccio ha iniziato a cambiare. Si è affermato un impianto normativo più strutturato: dichiarazione dello stato di emergenza, nomina di commissari straordinari, procedure unificate per contributi e appalti, maggiore ruolo delle Regioni e integrazione progressiva dei fondi europei. La ricostruzione non è più soltanto riparazione del danno ma un processo che include criteri antisismici, qualità urbana, tutela del paesaggio e riduzione del rischio futuro.
Questo nuovo modello è stato applicato, con risultati diseguali, dopo i terremoti del Centro Italia del 2016-2017. A distanza di circa dieci anni la ricostruzione resta incompleta e complessa, ma ha permesso a molti borghi di evitare l’abbandono definitivo, mantenendo un presidio umano nei territori più fragili. Anche in contesti colpiti da frane e alluvioni si registrano interventi che riflettono questo cambio di paradigma. A Ischia, per esempio, dopo il sisma del 2017 e le frane del 2022 è stato avviato un piano di ricostruzione sostenuto dallo Stato e dalla Banca europea per gli investimenti, con risorse destinate non soltanto alle abitazioni private ma anche alla messa in sicurezza idrogeologica, alla ricostruzione delle infrastrutture e alla prevenzione di nuovi dissesti.
Accanto a questi esempi restano borghi definitivamente svuotati:
Accanto a questi esempi restano borghi definitivamente svuotati: Cavallerizzo di Cerzeto in Calabria, spaccato da una frana nel 2005 e ricostruito altrove; Apice Vecchia in Campania, evacuata dopo il terremoto del 1962; Craco, in Basilicata, lentamente abbandonato a causa dell’instabilità del suolo. Ogni nome racconta una storia diversa, ma tutte parlano di comunità spezzate e di un legame con la terra che non si è mai davvero interrotto.
Niscemi (e non solo), le città fantasma non sono soltanto scenari suggestivi
Le città fantasma non sono soltanto scenari suggestivi. Sono avvertimenti. Ricordano che la sicurezza, la bellezza e la continuità della vita nei territori dipendono dal rispetto dei loro limiti e dalla capacità di convivere con la fragilità. Niscemi oggi è a un bivio: diventare un altro nome nell’elenco dei luoghi abbandonati o trasformare l’emergenza in un’occasione di consapevolezza e pianificazione. Perché salvare un borgo significa mettere in sicurezza delle abitazioni ma proteggere anche la memoria, la cultura e il futuro di chi lo chiama casa.
di Stefano Faina e Silvio Napolitano
La Ragione è anche su WhatsApp. Entra nel nostro canale per non perderti nulla!
Leggi anche
Napoli, 22enne uccisa con una coltellata alla schiena. La giovane è stata “scaricata davanti all’ospedale”. Il prefetto: “È una tragedia”. Avviate le indagini, si cerca il fratello
Piacenza, maestra presa a pugni da un papà che non voleva firmare l’uscita anticipata della figlia
Milano, fuga di gas in un asilo nido di viale Certosa: intossicati 12 bambini e 4 adulti