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title: "&#8220;Non vedo l&#8217;ora di tornare a raccontare&#8221;, le prime parole di Cecilia Sala"
description: Cecilia Sala intervistata da Marco Calabresi per il podcast Stories, racconta i suoi giorni di detenzione nel carcere di Evin.
featured_image: https://laragione.eu/wp-content/uploads/2025/01/Cecilia-Sala-1.jpg
date: 2025-01-09
modified: 2025-01-10
author: Claudia Burgio
url: https://laragione.eu/litalia-de-la-ragione/cronaca/non-vedo-lora-di-tornare-a-raccontare-le-prime-parole-di-cecilia-sala/
categories: [Cronaca]
tags: [giornalismo, Italia]
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# &#8220;Non vedo l&#8217;ora di tornare a raccontare&#8221;, le prime parole di Cecilia Sala

![Cecilia Sala](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2025/01/Cecilia-Sala-1.jpg)

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2025-01-09 07:31:35

2025-01-09 06:31:35

La liberazione di Cecilia Sala resta un indiscutibile successo personale della presidente del Consiglio Giorgia Meloni

Cecilia Sala è tornata in Italia e ha potuto riabbracciare i suoi cari. Il risultato è ottimo ed è oggettivamente il massimo che l’Italia potesse sperare di ottenere. In modo particolare per i tempi e la chiusura della parte almeno più dolorosa del ricatto messo in atto da Teheran, tutto giocato sulla pelle della nostra concittadina proditoriamente arrestata 20 giorni fa.

Quanto a noi, bisognerà capire cosa l’Italia abbia messo sul piatto della bilancia. A cominciare dal destino dell’ingegnere iraniano Mohammad Abedini, sul cui capo pende una potenziale richiesta di estradizione negli Stati Uniti d’America. E che è stato al centro ieri pomeriggio di qualsiasi voce, dall’immediata scarcerazione al mistero più fitto.

Ci sarà tempo per capire e sviscerare i tanti aspetti di una storia torbida sin dai primi momenti. Dovremo comprendere il ruolo svolto dall’amministrazione Usa (intendiamo la democratica ancora in carica sino al prossimo 21 gennaio). E contemporaneamente quello del presidente eletto Donald Trump, sollecitato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

È stato il New York Times, del resto, a parlare di spinta molto “aggressiva” della Meloni, nel corso della sua missione-lampo a Mar-a-Lago in Florida dello scorso weekend, nella quale la vicenda Sala è stato senza ombra di dubbio il punto caldo.

Compito di una stampa libera in un Paese libero resta quello di capire, porre e porsi domande, criticare, pungolare e stimolare. Una stampa realmente libera, però, ha anche il compito-dovere di riconoscere i risultati ottenuti. Ancor più se a trarne giovamento è una nostra connazionale costretta a pagare “colpe” non sue.

Non ci sfuggono le evidenti tensioni che si sono generate ai vertici dei nostri servizi di sicurezza. E la coincidenza delle dimissioni della direttrice del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, Elisabetta Belloni, tenuta sostanzialmente fuori dal lavoro. La felice conclusione del sequestro non può far dimenticare che per l’ennesima volta i bicefali servizi di sicurezza italiani hanno dato la sensazione di non essere pienamente coordinati. E neppure i loro diretti responsabili, il sottosegretario con delega Mantovano e il ministero degli Esteri.

La felice conclusione resta, come l’enorme sospiro di sollievo e l’indiscutibile successo personale della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Ha corso un oggettivo rischio politico nell’intestarsi la soluzione del caso nel momento in cui sembrava esplodere e tracimare sui mezzi di informazione; si è posta in prima fila, ricevendo a Palazzo Chigi la mamma di Cecilia Sala, volando in Florida da Trump, fino a comunicare personalmente alla famiglia l’avvenuta liberazione. Spetterà adesso alla stessa Giorgia Meloni saper gestire al meglio il successo politico, che in questo caso è anche successo personale. Perché quelle smagliature nei servizi di cui si scriveva non spariranno per magia una volta placato il clamore del caso Sala.

di Fulvio Giuliani

Il gran giorno di Cecilia e Giorgia

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2025-01-09 12:21:19

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2025-01-09 07:32:35

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Nel corso del 2024 sono state eseguite in Iran almeno 901 condanne a morte, il numero più alto degli ultimi nove anni

Nel corso del 2024 l'Iran ha eseguito almeno 901 condanne a morte. Il numero più alto degli ultimi nove anni, in crescita rispetto alle 853 dell’anno precedente. Le esecuzioni sono aumentate con particolare vigore a dicembre, quando i boia del regime sono arrivati a giustiziare 40 persone in una singola settimana. A renderlo noto è un rapporto delle Nazioni Unite, che ha rielaborato i dati raccolti da diverse organizzazioni umanitarie che ritengono più affidabili. Tra queste la Iran’s Human Rights Activists News Agency (Hrana), la Iran Human Rights (Ihr) e la Hengaw (Ong curdo-iraniana).

La maggior parte delle esecuzioni ha punito reati per droga. Ma secondo l’Onu fra queste vittime c’è una quota significativa di dissidenti e persone collegate alle proteste del 2022. Oltre a questo, ad aumentare è il numero di donne giustiziate (31). Il più alto da quando quasi vent’anni fa la Ihr ha iniziato a monitorare l’esecuzione della pena capitale nella Repubblica Islamica. Di queste, 19 condanne a morte sono per omicidio, spesso avvenuto in un contesto di violenza domestica o matrimonio forzato. Per esempio, la Ihr racconta la storia di Leila Ghaemi, colpevole di aver strangolato il marito. Dopo averlo sorpreso a casa mentre violentava la figlia insieme agli amici.

Le altre 12 donne avrebbero commesso reati legati al traffico di droga. Un altro dato è che le condanne hanno colpito in modo sproporzionato le minoranze. La Hengaw ha rilevato che oltre la metà delle 901 esecuzioni ha ucciso persone che facevano parte del mosaico di minoranze etniche dell’Iran (un quinto della popolazione). In particolare curdi (183 persone), turchi (119), baluci (110) e poi laki, gilaki e afghani.

Già ad agosto la missione di ricerca dell’Onu aveva detto che le minoranze etniche e religiose avevano subito in modo sproporzionato la stretta repressiva del 2022. La reazione del regime alle proteste degli iraniani per la morte di Mahsa Amini, la ragazza curda detenuta dalla polizia per non aver indossato correttamente lo hijab. Morta dopo tre giorni di coma per le percosse subite. Infine, la Hrana ha comunicato di avere le prove dell’esecuzione di cinque minorenni.

Tuttavia, queste rivelazioni – che non sono altro che l’ennesima conferma del modus operandi del regime degli ayatollah – non comprometteranno il ruolo dell’Iran all’interno dell’Onu e dei suoi organismi per il rispetto dei diritti umani. Usati da Teheran come palcoscenico internazionale per la sua propaganda contro Israele e l’Occidente. Nel 2023 fece scandalo la nomina di Ali Bahreini, ambasciatore dell’Iran presso l’Onu, incaricato di presiedere il Social Forum del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite.

L’anno precedente i boia di Teheran avevano ucciso 553 persone. Nel corso del 2023 ne giustiziarono altre 834 arrivando a rappresentare – in base ai calcoli di Amnesty International – il 74% di tutte le esecuzioni registrate nel mondo durante quell’anno. Anche se da questa nefanda classifica manca la Cina, che secondo Amnesty giustizia segretamente migliaia di persone all’anno.

Contraddizioni che vanno ben oltre l’Onu. L’anno record per il regime infatti è stato il 2015 con almeno 977 esecuzioni. Lo stesso anno in cui a Vienna è stato firmato l’Accordo sul nucleare iraniano, benedetto da Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e Unione europea. Accordo affossato soltanto nel 2018 con una decisione unilaterale di Donald Trump, che da allora non ha mai smesso di promettere la linea dura contro Teheran.

Di Federico Bosco

I boia di Teheran, è record decennale di condanne a morte

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2025-01-09 07:32:46

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