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Il figlicidio della piccola Diana e i segnali da non sottovalutare

L’omicidio della piccola Diana da parte della madre era premeditato e progettato, come quello di Elena di soli pochi giorni fa. Eppure, spesso in questi casi ci sono dei segnali di avvertimento: saperli cogliere può fare la differenza tra la vita e la morte.

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Un figlio vissuto come un ostacolo, un figlio ostaggio della fine di una relazione. Quello che colpisce, nella morte della piccola Diana lasciata sola per giorni dalla madre (così come era successo per Elena, di cui la mamma aveva denunciato un finto rapimento) è la pianificazione. Non più e non solo figlicidi commessi in quello che viene definito un raptus, ma genitori che compongono tassello dopo tassello la fine tragica di ciò che di più caro dovrebbero avere al mondo.

Dal 2010 a oggi, secondo i dati Eures, in Italia ogni due settimane un bambino o una bambina sono stati uccisi dal papà o dalla mamma. In oltre la metà dei casi si tratta di minori di 12 anni, nel 39,7% le vittime avevano meno di cinque anni. E se la ragione in oltre il 50% dei casi viene individuata in disturbi psichici del genitore omicida, il secondo “movente” è legato al possesso. In sostanza, quando si disgrega la coppia il figlio diventa uno strumento per punire l’ex partner. Fino alle estreme conseguenze.

Li chiamano “omicidi del possesso”: questi bambini non vengono percepiti come individui a sé stanti ma come una sorta di estensione del genitore stesso. Nel 2014 l’Fbi aveva diffuso dati altrettanto sconcertanti: analizzando l’arco temporale di tre decenni, negli Stati Uniti erano risultati in media ben 450 bambini uccisi ogni anno dai loro genitori.

Quello su cui di recente si cerca di porre più attenzione è il “prima”. Se è vero che veniamo a conoscenza di questi casi solo una volta avvenuta la tragedia, altrettanto vero è che c’è da immaginare che chi arriva a compiere un gesto di questo tipo abbia in qualche modo manifestato un disagio. La madre di Diana, ad esempio, raccontava di essere una psicologa infantile ma in realtà da tre anni non lavorava. Raccontava di avere una babysitter per sua figlia, ma nessuno nello stabile in cui abitava aveva mai visto entrare nell’appartamento qualcuno che si prendesse cura della bambina.

Fermo restando l’orrore di quanto è avvenuto, se possibile accresciuto dal fatto che questa madre ha descritto la figlia come una sorta di ostacolo, di intralcio, nella sua ossessione di avere un compagno. Ma se da un lato il gesto d’impeto è difficilmente prevedibile, ci sono vicende come questa che invitano a una riflessione sul fatto che certi segnali di disagio non vadano mai sottovalutati. Perché proprio da chi sta intorno a queste persone può scattare il campanello d’allarme. E intervenire, fornire strumenti di supporto, può fare la differenza fra la vita e la morte.

Di Annalisa Grandi

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