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title: "A Predappio ogni anno la stessa cialtronata, la stessa offesa alla storia &#8211; IL VIDEO"
description: Più di mille persone si sono radunate a Predappio davanti alla lapide di Benito Mussolini per commemorare la Marcia su Roma
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date: 2025-10-27
author: Catia Demonte
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categories: [Cronaca, Video]
tags: [Italia, storia, viral]
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# A Predappio ogni anno la stessa cialtronata, la stessa offesa alla storia &#8211; IL VIDEO

![Predappio](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2025/10/Predappio-1024x639.jpg)

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2023-07-25 10:50:48

2023-07-25 08:50:48

Il 25 luglio di 80 anni fa segnò la caduta del fascismo, in un clima su Roma e l'Italia rovente

Lo scirocco che arriva dall’Africa è insopportabile. Roma soffre. Uno scroscio d’acqua peggiora la situazione. L’umidità fa percepire calori superiori ai 32 gradi registrati: «quisquilie» direbbe Totò, rispetto a quelli di questi giorni. Sabato 24 luglio 1943 è questo il clima meteorologico che respira la Città eterna. Soffocante. Come quello politico.

Caput mundi ha visto passare re e imperatori; ora sta per assistere al tramonto di un duce. Alle cinque del pomeriggio, nel corso della 18° seduta del Gran Consiglio del Fascismo che si tiene nella Sala del Pappagallo di Palazzo Venezia, viene presentato l’ordine del giorno di Dino Grandi che la mattina dopo sfiducerà Mussolini.

Le strade sono quasi deserte. Dopo il bombardamento del 19 luglio la nettezza urbana non funziona ancora, aumentando il disagio dei romani, che pare abbiano un conto aperto con l’immondizia e forse con le tante immondizie che produce quel potere che lì, su quei colli indolenti, monta e smonta il suo tendone. Niente latte, la Centrale è ferma. E niente telefono. «Roma è impallidita. Anche le città hanno un volto» scrive Mussolini.

Dell’importante seduta i romani non sanno niente. Sui giornali nemmeno un rigo. E se anche avessero saputo se ne sarebbero fregati, coerentemente col motto del duce: «Me ne frego». Pare fregarsene perfino Galeazzo Ciano, che pure fa parte della seduta. Dopo la poco apprezzata esperienza come ministro degli Esteri, è ora ambasciatore al Vaticano. Voterà contro suo suocero. Morirà per questo, come quasi tutti gli altri ‘traditori’. Il conte è capace di spendere in una serata la paga di un anno di un manovale, per non dire delle sfortune della moglie Edda, indomita giocatrice di poker.

‘Sfortune’ omologhe a quelle di Arturo Osio, amministratore della Banca del Lavoro, del gioielliere Costantino Bulgari, del palazzinaro Salvatore Scalera, del direttore della Cinematografia Littoria Luigi Freddi: personaggi che non trovavano più ospitalità nei circoli che contano, come quello della Caccia, degli Scacchi o di Villa Medici del Vascello, dove il padrone di casa Gigi Medici – indebitato fino alle mutande – è impegnato a dissipare le ultime sostanze di famiglia pur di continuare a far parte del giro che conta. Noblesse oblige.

In quel luglio caldo e strafottente c’è però sempre spazio per i pettegolezzi, come quelli sugli ultimi flirt di Ciano o di Edda. «Pare che la figlia del duce sia rimasta chiusa per giorni in una camera dell’Excelsior di Venezia con un giovane patrizio». Malelingue. L’aristocrazia romana è divisa. C’è chi è salito sul carro del regime e chi ha schifato «quegli straccioni di fascisti», come li chiamerà con un’iperbole tardiva Vittorio Emanuele nel suo ultimo colloquio con Mussolini. Quello che terminerà con l’arresto del duce. Straccioni che però tali non erano quando – 21 anni prima – quello stesso re aveva consegnato le chiavi dell’Italia a un maestro elementare di Predappio.

di Pino Casamassima 

 

La caduta del fascismo e la fine di Mussolini

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fascismo

2023-07-25 11:54:49

2023-07-25 09:54:49

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2022-10-28 14:24:17

2022-10-28 12:24:17

28 ottobre 1922, data storica della Marcia su Roma delle camicie nere: l'estetica del fallimento della borghesia liberale.

La Marcia su Roma delle camicie nere del 28 ottobre 1922 (Mussolini arriverà in wagon-lit la mattina del 30) fu l’estetica del fallimento della borghesia liberale. A promuovere quella marcia, un padronato greve: quello che, dopo la pomposa e pompata adunata di San Sepolcro di tre anni prima, foraggerà il movimento mussoliniano come reazione preventiva all’avanzata delle sinistre (di cui una parte consistente sosteneva scriteriatamente che si potesse «fare come in Russia»).

La favoletta di San Sepolcro – con un manifesto che univa confusamente nazionalismo, sindacalismo rivoluzionario, futurismo e quant’altro – era rimasta lì, in quella sala che aveva ospitato nemmeno un centinaio di sbandati, rancorosi, delusi, frustrati, esagitati di vario genere e natura. Analizzare la resistibile ascesa di Benito Mussolini significa cifrare la politica del fascismo: se cioè concedergli un portato (inizialmente) rivoluzionario o liquidarlo tout court in una dimensione reazionaria.

La sgangherata masnada eversiva che trotterellò su Roma come i legionari dannunziani su Fiume solo tre anni prima (e sei mesi dopo San Sepolcro) sarebbe stata disperdibile con quattro cannonate (le stesse che avevano chiuso la Reggenza del Carnaro). Ma poi, in quell’ottobre tumultuoso del 1922, che fare? L’inetto Facta («uno dei maggiori idioti di tutti i tempi», Salvemini dixit) non sarebbe stato in grado di rispondere: diventò così l’ultimo presidente del Consiglio dello Stato liberale. Suo successore, un «capo del governo» (come preferì chiamarsi Mussolini) responsabile di una dittatura, del sodalizio con Hitler fino a condividerne le leggi razziste, dell’entrata in guerra.

Chiusa la parabola del mussolinismo, ebbe inizio la discussione sul cosa fu il fascismo. Una significativa tendenza storica lo rubrica come un movimento-contro. Contro lo Stato liberale, contro il socialismo, contro la democrazia. Il tutto coerentemente con l’assai zoppicante formazione culturale di quel maestro elementare diventato capo bivaccaro.

Storicamente, la figura del duce è tuttavia centrale in quella “guerra civile europea” che produrrà categorie guida del Novecento, a cominciare da quella del fascismo. E dell’antifascismo, i cui tratti fondamentali s’incarnano tuttora in Giacomo Matteotti, rapito e ucciso il 10 giugno 1924. Una storia, quella del segretario del Psu, dalla narrazione fasulla, che vuole Mussolini come mandante per le denunce contro il fascismo fatte da Matteotti alla Camera il 30 maggio precedente. In realtà, al Mussolini non interessava quanto detto, ma quanto sarebbe stato detto l’11 giugno. Si sapeva che Matteotti avrebbe smascherato gli intrallazzi economici con tanto di tangenti petrolifere per i papaveri del fascismo (a cominciare da Arnaldo, fratello del duce).

Al pari di sua maestà Vittorio Emanuele III. Pure la corona aveva fatto cassa dall’americana Sinclair Oil. Il 3 gennaio 1925 Mussolini va in Parlamento. Si prende «la responsabilità politica, morale e storica» di tutto, Matteotti compreso. È la rivendicazione della dittatura.

 

di Pino Casamassima

La Marcia su Roma contro la libertà

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2022-10-28 11:26:39

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