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Paolo Signorelli

Qualcosa di più su Paolo Signorelli

Il nuovo capo dell’ufficio stampa del ministro Lollobrigida porta lo stesso nome del nonno: Paolo Signorelli, l’uomo che, ancora oggi, i disinformati più ostinati considerano l'”ideologo del terrorismo nero”

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Il nuovo capo dell’ufficio stampa del ministro Lollobrigida porta lo stesso nome del nonno: Paolo Signorelli, l’uomo che, ancora oggi, i disinformati più ostinati considerano l'”ideologo del terrorismo nero”

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Il nuovo capo dell’ufficio stampa del ministro Lollobrigida porta lo stesso nome del nonno: Paolo Signorelli, l’uomo che, ancora oggi, i disinformati più ostinati considerano l'”ideologo del terrorismo nero”

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Il nuovo capo dell’ufficio stampa del ministro Lollobrigida porta lo stesso nome del nonno: Paolo Signorelli, l’uomo che, ancora oggi, i disinformati più ostinati considerano l'”ideologo del terrorismo nero”

Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha un nuovo capo ufficio stampa. Si chiama Paolo Signorelli ed è il nipote di quel Paolo Signorelli che i media ricordano oggi come «ideologo del terrorismo nero». Allora ritorno indietro di 47 anni e mi si aprono le virgolette: «Su Signorelli potrei scrivere un romanzo. Certo è che un imputato non può restare in carcere all’infinito!». Questa frase la pronuncia nel 1987 Giuliano Vassalli. A quel tempo è ministro della Giustizia e ormai considerato il più grande avvocato penalista del Paese. Da sempre militante e attivista nel campo dei diritti umani, Vassalli è rimasto turbato dalla pubblicazione del Rapporto annuale di Amnesty International in cui – alla voce “Italia” – veniva espressa preoccupazione per il caso del professor Paolo Signorelli; quelle due righe, seguite da una forte reprimenda sull’uso sconsiderato e liberticida della carcerazione preventiva, vanno praticamente a sentenza. Dal giorno seguente i giornali di sinistra ritirano la loro fiducia al buio nella più caotica e inverosimile inchiesta giudiziaria sull’estremismo neofascista. D’incanto articoli e approfondimenti mutano al punto da venire così intitolati: “È nero? Non garantiamo”. In molti stanno montando su quel treno in cui Paolo Signorelli aveva viaggiato in isolamento, senza mai scendere, di galera in galera. Ci salgono sei anni dopo, ma ben vengano. Fra il gennaio 1979 e il maggio 1982 il professore di filosofia, ‘cattivo maestro’ dell’eversione nera, aveva già battuto ogni record di mandati di cattura: per detenzione di armi, per ricostituzione del disciolto Partito fascista, per associazione sovversiva e banda armata, per concorso nell’omicidio Leandri, per concorso nell’omicidio del giudice Mario Amato, per concorso nell’omicidio del giudice Vittorio Occorsio, per fatti connessi a reati associativi, per spionaggio internazionale, per tentato omicidio nei confronti del leader democristiano cileno Bernardo Leighton e della moglie Anita Fresno, per concorso nella strage di Bologna, per cospirazione politica. In un articolo apparso su “Il Giorno” il suo nome viene collegato a quello di Ali Ağca, mentre in un’altra occasione il giudice inquirente sul caso arriva a chiedergli notizie su Emanuela Orlandi… Insomma è in questo clima folle che le poche righe di Amnesty e di un eccelso giurista, torturato in via Tasso, cominciano a smontare l’incredibile castello di accuse che – una a una divenute assoluzioni – ridaranno all’imputato la libertà dopo una detenzione preventiva di 3.618 giorni (fanno 10 anni).

Se queste poche notizie fossero ancora oggi di dominio pubblico, l’improprio articolo de “la Repubblica” non sarebbe mai uscito. Il suo autore potrebbe oggi dire: «Che potevo saperne? Io nel 1980 avevo solo 14 anni!». Infatti sarebbe stato meglio evitare, perché una storia contemporanea mai vissuta non si può narrare se quell’atmosfera non l’hai annusata e capita. Io stesso, che per anni avevo lavorato in Amnesty, fino al 2007 ero convinto che la parabola della famiglia Signorelli fosse sempre stata fortemente legata al fascismo. E ho saputo che non era vero perché nel 1916 Luchino Signorelli, padre di Paolo, era stato colpito da una scheggia di granata che gli aveva reciso il nervo ottico. Era sull’Isonzo a combattere e divenne cieco di guerra, pensionato e grande invalido. Ricordo ora questo episodio per chiarire che Paolo Signorelli, nato nel 1934, da bambino vissuto fra Roma e Supino (in Ciociaria) non ebbe il tempo di essere né una camicia nera né un saloista, cominciando a occuparsi di politica all’epoca degli scontri per Trieste, della battaglia romana dell’Ambaradàn e così via fino agli scontri di Valle Giulia, a cui i giovani di estrema destra parteciparono in prima fila. Era stato il formarsi di un eretico della destra, che entrava e usciva dal Movimento Sociale, che aveva aderito alla fondazione del Centro studi Ordine Nuovo (poi disciolto nel 1973) e che negli anni precedenti l’arresto si era speso per un possibile avvicinamento fra la destra extraparlamentare e i movimenti dell’Autonomia. Questo in poche parole.

Eppure il caso di Paolo Signorelli rimane ancora oggi all’attenzione disinformata di coloro che si ostinano a immaginarlo nei panni di un terrorista, di uno stagista, di un omicida. A 35 anni di distanza le assoluzioni e la violazione dei diritti umani da lui subita non bastano a spegnere una vulgata priva di ogni senso. Per quanto sentenziato innocente, Signorelli rimane un colpevole postumo. Penso che ciò dipenda dalla dignità con la quale egli seppe vivere quei suoi 10 anni in stato di arresto e soprattutto dalla particolarissima circostanza di non aver mai preteso, da liberato, alcun risarcimento morale, politico o di carriera. Nel 1994 egli sarebbe potuto entrare in Parlamento dalla porta principale, usando la sua vicenda come chiave pacificatrice di una stagione terribile. Scelse invece di non approfittare mai di sé stesso e preferì collaborare e poi dirigere la rivista “Giustizia Giusta”, così da regalare la sua esperienza a chi un giorno ne avrebbe tratto giovamento. Paolo Signorelli morirà nel 2010. Di un tumore, come Enzo Tortora, quale pena accessoria che colpisce gli innocenti usciti a testa alta, vittoriosi, dal loro carcere.

Di Giuliano Compagno

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