L’altro ieri, mentre la gente era ancora frastornata dalle luci intermittenti delle vetrine addobbate a festa da una parte e il terrore provocato dall’emergenza pandemica dall’altra, in un piccolo paese dell’Abruzzo si consumava l’ennesima tragedia del dolore. Un dolore così forte da far smarrire il senso della ragione e da trasformare la persona più cara in un carnefice. Un uomo anziano ha ucciso la propria moglie (divorata da una malattia degenerativa senile che l’aveva ridotta allo stato vegetativo), non sopportando più le sue infinite sofferenze fisiche e psichiche. Dopodiché, in stato di probabile shock, l’ha trasportata lontano da casa e scaricata in un fiume. Salvo poi, dopo essere rinsavito ed essersi reso conto del misfatto compiuto, andare a costituirsi ai Carabinieri. Purtroppo, non è la prima volta che questo accade e, probabilmente, non sarà l’ultima.
Come può succedere che la persona più cara si trasformi in un omicida? In letteratura criminologica questo tipo di delitto viene definito, con indubbia terminologia suggestiva ma apparentemente contraddittoria, “omicidio altruistico”. Ovviamente, si tratta di una concezione e di un’accezione profondamente distorta dell’altruismo. Un altruismo in senso patologico. Di fronte alla constatazione che uno stretto congiunto soffre indicibilmente e in maniera irreversibile, si decide di porre termine alla sua esistenza, al fine di far cessare le sue sofferenze nel distorto convincimento di compiere un atto pietoso. Alla base agiscono dei complessi meccanismi psichici che caratterizzano i processi mentali dell’omicida in termini di criminogenesi e criminodinamica. Purtroppo, si tratta di soggetti estremamente sensibili agli effetti devastanti del dolore e, a volte, psichicamente instabili, i quali possono decidere di agire in tal modo credendo di trovare una soluzione a una situazione insopportabile. In base alle statistiche, quasi sempre l’azione in questione è di tipo duplice: nel senso che è sia eterolesiva che autolesiva. In altri termini, il soggetto agente uccide prima il congiunto e poi sé stesso. Si assiste pertanto a un omicidio-suicidio. È la tipologia criminologica maggiormente diffusa in questi contesti.
Tuttavia, ogni regola ha la sua eccezione. Ragion per cui ci si può trovare di fronte a un omicidio al quale non fa seguito il suicidio del soggetto agente. Solitamente, si uccide l’omicida che non regge al senso di colpa scatenato dalla soppressione della vita della persona cara. Soprattutto se è in dubbio che abbia compiuto la scelta giusta. Quando invece l’omicida è saldamente e pervicacemente convinto di aver agito correttamente, al delitto non fa seguito l’azione autosoppressiva.
di Antonio Leggiero
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