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Reggio Emilia, coppia di 60enni occupa la camera mortuaria dopo lo sfratto: assolti “per non aver commesso il fatto”

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A Cella (Reggio Emilia) i coniugi si erano rifugiati tra le lapidi dopo aver perso casa e lavoro. Il Comune li aveva denunciati per invasione di edificio pubblico

Reggio Emilia

Reggio Emilia, coppia di 60enni occupa la camera mortuaria dopo lo sfratto: assolti “per non aver commesso il fatto”

A Cella (Reggio Emilia) i coniugi si erano rifugiati tra le lapidi dopo aver perso casa e lavoro. Il Comune li aveva denunciati per invasione di edificio pubblico

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Reggio Emilia, coppia di 60enni occupa la camera mortuaria dopo lo sfratto: assolti “per non aver commesso il fatto”

A Cella (Reggio Emilia) i coniugi si erano rifugiati tra le lapidi dopo aver perso casa e lavoro. Il Comune li aveva denunciati per invasione di edificio pubblico

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Cella (Reggio Emilia, Emilia-Romagna) – Sono stati assolti con formula piena i coniugi sessantenni che, rimasti senza un tetto sopra la testa, avevano trovato riparo nella camera mortuaria del cimitero di Cella. Dopo la denuncia del Comune, i due erano finiti a processo con l’accusa di invasione di edificio pubblico.

La vicenda riguarda una donna di 63 anni e un uomo di 61 che, interrogati dagli agenti, non hanno nascosto le loro difficoltà. Nel giugno 2023 entrambi perdono il lavoro e subiscono uno sfratto. Così, trovando la porta aperta, si intrufolano nella camera mortuaria del cimitero.

Reggio Emilia, la coppia riesce inizialmente a eludere i controlli della Polizia Locale

Nei giorni successivi, alcuni visitatori iniziano a notare la loro presenza, ma la coppia riesce inizialmente a eludere i controlli della Polizia Locale. La situazione però peggiora nel mese successivo: secondo i residenti, tra le lapidi stava prendendo forma una sorta di appartamento. I coniugi erano arrivati a cambiare la serratura per garantirsi maggiore privacy.

A luglio gli agenti si rifanno vivi e perquisiscono il rifugio improvvisato. All’interno trovano vestiti, prodotti per l’igiene personale, ventilatori, materassini da mare usati come giacigli e anche un animale domestico. In un primo momento viene raggiunto un accordo bonario. Il Comune, comprendendo la situazione di fragilità della coppia, concede loro alcuni giorni per trovare una sistemazione alternativa. Tuttavia, l’occupazione prosegue. Arriva agosto e, durante un ulteriore controllo, gli agenti trovano ancora oggetti personali della donna, a indicare che la stessa frequentava ancora il locale. A quel punto la municipalità decide di procedere per vie legali e denuncia i sessantenni. La camera mortuaria viene liberata solo a novembre, quando la 63enne, presa in carico dai servizi sociali, accetta di trasferire i propri averi in parrocchia.

Il processo

Durante il processo con rito abbreviato, il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a 8 mesi di reclusione e 200 euro di multa ciascuno, lo riporta Il Resto del Carlino. Le difese – la donna assistita dall’avvocato Francesco Cupello e l’uomo dall’avvocato Leonardo Teggi (sostituito dall’avvocato Laura Torreggiani) – hanno invece optato per l’inutilizzabilità delle prove, sostenendo che le dichiarazioni rese agli agenti siano nulle perché “raccolte senza la presenza di un difensore”. In aggiunta, osservata la particolare tenuità del fatto, i legali hanno chiesto la non punibilità per lo stato di assoluto bisogno della coppia. Quindi, nonostante i due avessero più volte ammesso l’occupazione, il giudice Michela Caputo ha accolto le ragioni della difesa assolvendo gli imputati a formula piena “per non aver commesso il fatto”.

di Angelo Annese

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