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Scuola: una fabbrica di orrori e violenze

Il maltrattamento extra-sessuale avvenuto giorni fa in una scuola di Brescia, per di più ai danni di un’alunna disabile, fa emergere problematiche importanti all’interno del nostro sistema educativo, che vanno risolte. Bisogna interrompere il ‘circolo della violenza’.

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Ancora una volta, purtroppo, le cronache ci hanno comunicato una notizia di un severo maltrattamento extra-sessuale avvenuto giorni fa in una scuola di Brescia, perpetrato proprio da un’assistente scolastica in danno di un’alunna, per di più disabile. Com’è possibile che accadano simili turpitudini in danno di bambini e bambine, commesse proprio da parte di chi dovrebbe incarnare il gestore perfetto dei piccoli nelle ore di assenza da casa: l’insegnante? E poi, come si spiega che il crudele comportamento venga (sovente) inferto proprio in danno di un soggetto disabile, meritevole di attenzioni maggiori e cautele più intense? Ancora una volta non esiste una chiave di lettura omogenea del fenomeno criminoso, ma un’eziologia diversificata di tipo multicausale. È, quindi, opportuno analizzare le varie ipotesi.

In primo luogo, lo stesso personale scolastico didattico presenta talvolta fragilità caratteriale, disfunzionalità, inidoneità temperamentale allo svolgimento della delicata mansione e in alcuni casi è anche affetto da disturbi psicologici, se non addirittura psichici, molto spesso abilmente mimetizzati e dissimulati.

In secondo luogo – e qui il discorso diventa complesso e delicato – si riscontrano ipotesi (sebbene isolate) di personale educativo incline alla violenza come metodo di controllo delle difficoltà gestionali e che pone in essere il medesimo comportamento abnorme e riprovevole anche fra le mura domestiche con i propri figli. È un modus agendi scellerato che, per questi soggetti, viene per così dire standardizzato, fino a divenire abietta regola di vita.

In terzo luogo la violenza contro il disabile può scaturire dall’incapacità di accettare una simile situazione problematica e difficoltosa che già l’insegnante vive in famiglia, avendo una figlia o un figlio con le medesime problematiche, situazione familiare che diventa foriera di un livello di stress e tensione insostenibile. Pertanto, agli occhi di questi soggetti e per la loro psicologia distorta, la vista di un disabile che non si riesce a gestire fa scattare un impulso aggressivo patologico che subisce un viraggio, nel senso che si vuole colpire inconsciamente il proprio bambino o la propria bambina (non accettandone l’handicap e “colpevolizzandola”) ma ci si trattiene e si sposta l’oggetto dell’aggressività su un’estranea, ‘rea’ di rievocare il drammatico problema dell’esistenza della disabilità vissuta in modo frustrante e angosciante.

In ultimo – non certo per importanza – esiste il cosiddetto “circolo della violenza” (tecnicamente victim to abuser cycle), in base al quale alcuni educatori o educatrici scolastici sono stati, a loro volta, oggetto di severi maltrattamenti durante l’infanzia e riproducono quelle raccapriccianti modalità comportamentali contro un bambino o una bambina, considerandole atteggiamenti appropriati. In tal modo identificandosi con il soggetto maltrattante. In questi casi, spesso, viene scelto come bersaglio proprio un disabile, che è più facile da sottoporre a sevizie e presenta minori rischi di essere scoperti per le sue scarse capacità comunicative.

di Antonio Leggiero, Criminologo e docente di Criminologia

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