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Se la movida diventa un caso

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La movida troppo rumorosa lede il diritto alla salute garantito dalla Costituzione e tocca al Comune risponderne

Se la movida diventa un caso

La movida troppo rumorosa lede il diritto alla salute garantito dalla Costituzione e tocca al Comune risponderne
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Se la movida diventa un caso

La movida troppo rumorosa lede il diritto alla salute garantito dalla Costituzione e tocca al Comune risponderne
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La movida troppo rumorosa lede il diritto alla salute garantito dalla Costituzione e tocca al Comune risponderne. È questo in sintesi il senso della sentenza della Cassazione che ha dato ragione a una coppia bresciana che nel 2012 aveva avviato una battaglia legale contro l’amministrazione comunale per chiedere il risarcimento dei danni causati dai rumori notturni nelle zone centrali della città, laddove opera la maggior parte dei locali. Al di là del singolo episodio – particolare anche perché a fare causa è stato il fratello dell’allora sindaco di Brescia – la decisione della Corte potrebbe comportare, a pioggia, una serie di azioni legali in tutta Italia contro le amministrazioni comunali, di fatto ritenute responsabili di quanto accade in città.

Affinché non si crei il caos, diversi primi cittadini ritengono a questo punto necessario un intervento legislativo che chiarisca poteri e limiti del sindaco in materia. Nel frattempo le amministrazioni si sono finora mosse in ordine sparso. Per esempio, lo scorso maggio il Comune di Vicenza ha deciso di triplicare le multe per i locali che non rispettano il divieto dello stop alla musica dalle 23.30 alle 9 del mattino. Certo, in questi casi sanzionare è piuttosto semplice. Il tutto si complica quando si vuole intervenire su quanto accade in mezzo alla strada. Chi dev’essere sanzionato? Dopo la sentenza della Cassazione i cittadini sanno che possono chiedere i danni al Comune, ma il Comune chi deve multare? Si rischia che contro quelle sanzioni piovano ulteriori ricorsi e che alla fine non si risolva nulla.

Tornando alla vicenda di Brescia, in primo grado i giudici avevano accolto la richiesta di risarcimento della coppia, ma in appello la sentenza era stata ribaltata e non era stata ravvisata alcuna responsabilità del Comune. Va inoltre ricordato che sono stati poi necessari più di dieci anni perché si arrivasse al terzo grado di giudizio, a riprova del fatto che pure la lentezza della giustizia nuoce alla salute.

Adesso la decisione della Cassazione può senz’altro fare scuola, sarebbe però più opportuno un intervento che chiarisca la legge. Soprattutto all’inizio della stagione estiva, quando ci si riversa in massa all’aperto e le criticità emergono maggiormente. Non soltanto quelle legate ai rumori, restando tuttora aperta la questione dei molti dehors autorizzati durante la pandemia per consentire ai locali di offrire ai clienti uno spazio all’aperto. Strutture piuttosto impattanti a livello di viabilità, soprattutto nelle zone centrali di diversi grandi Comuni. Se alcuni sono stati rimossi, la maggior parte sono tuttora in funzione. Come se la risposta temporanea a un’emergenza sanitaria fosse divenuta nel frattempo una soluzione definitiva alle esigenze degli operatori commerciali. Anche su questo occorrerebbe intervenire, chiarendo cosa sia lecito o meno.

di Annalisa Grandi

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