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Cutro e Piantedosi

Un po’ di silenzio

Sulla tragedia dei migranti a Steccato di Cutro si è consumato uno show mentre dovremmo tutti limitarci ad un rispettoso silenzio
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Dovremmo rifiutarci di considerare “normale” o comunque inevitabile lo show verbale di questa settimana seguito alla tragedia nel mare calabrese di Cutro. Non si tratta solo di considerare inaccettabili le dichiarazioni scomposte e la ricerca ossessiva di un po’ di celebrità mediatica e social. È giunta l’ora di invocare la fine dell’incontinenza verbale, in special modo da parte di chi ricopra ruoli istituzionali o goda di una popolarità e visibilità che sono nulla senza senso di responsabilità. Del riscoprire il valore della prudenza e il dovere dell’equilibrio e del rispetto. Perché quando si sbraca dall’alto, non ci sono margini che tengano.

Comprendiamo quanto possa apparire lunare un appello del genere in tempi di connessione perenne e di bulimia da dichiarazioni. Un imperativo categorico per chi pensi che un giorno senza lanci d’agenzia o post virali equivalga all’oblio. Un tempo (non lontano e non felice) potevamo prendercela con i “leoni da tastiera”, ma nell’ultima settimana abbiamo assistito all’inemendabile intemerata del ministro dell’Interno Piantedosi nei confronti dei genitori delle più giovani fra le vittime della tragedia calabrese. Essere passato poi a un precipitoso «Vi veniamo a prendere» è apparso direttamente lunare. La classica pezza peggiore del buco e non era facile un’impresa del genere.

Il vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli ha pregato i profughi in partenza di avvertirci del viaggio imminente. Il suo intento era proprio quello di dare un senso alle dichiarazioni dello stesso ministro Piantedosi, quando aveva annunciato l’intenzione di “andare a prendere” i migranti. Come si può notare, le parole in libertà non restano mai impunite. Non contento, Rampelli ha aggiunto che da dove partono i disperati abbondano smartphone e parabole e che, quindi, non dovrebbe essere così difficile avvisarci del loro arrivo. Mareggiate o guasti ai barconi a parte, aggiungiamo noi. Se non stessimo parlando di Afghanistan, Iraq, Iran, Siria – per stare alla tragedia di Cutro – ci metteremo a ridere, ma il senso di decenza ci impone di sgranare solo gli occhi.

I giornalisti non di rado cavalcano la tigre di un argomento sempre molto sensibile nella pubblica opinione. Legittimo, ma quando si arriva al tweet «Partire è sempre un po’ morire» di Vittorio Feltri si capisce bene la vacuità del luogo comune secondo cui i social sarebbero pericolosi per i nostri figli.

Il silenzio non sembra più un’opzione, come l’uso delle parole nelle sedi istituzionali. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con la sua muta presenza a Crotone e il viaggio in forma privata che lo ha oltretutto esentato dal viaggiare con un rappresentante del governo al fianco, ha ricordato che si può fare il proprio lavoro con sobrietà rispettando sé stessi, il ruolo e le circostanze. In special modo quando drammatiche. Molti si sono esercitati nel chiedersi se abbia voluto mandare messaggi o impartire lezioni, cercando l’ennesima versione polemica della realtà.

Del resto, nell’Italia litigiosa e social di oggi si dimentica che si può semplicemente fare il proprio dovere al meglio. Senza aspettarsi applausi o temere fischi.

di Fulvio Giuliani

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