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title: Il femminile sovra… esposto
description: La trovata propagandistica dell’Università di Trento che ha sancito l’uso del femminile sovraesteso in tutte le comunicazioni interne
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date: 2024-04-04
modified: 2024-04-05
author: Fulvio Giuliani
url: https://laragione.eu/litalia-de-la-ragione/cronaca/universita-trento/
categories: [Cronaca]
tags: [cronaca, Italia, politically correct, università]
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# Il femminile sovra… esposto

![università Trento](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/04/Evidenza-sito-1038-1024x639.jpg)

24510

2023-01-01 12:39:59

2023-01-01 11:39:59

Negli ultimi anni, anche a seguito dell’esplosione del movimento Black Lives Matter, la scure del politicamente corretto si è abbattuta anche nel mondo della musica

La politica, l’ideologia e il politicamente corretto inquinano tutto: dalla stampa alla tv, dalla letteratura alle scienze. Però non tutti gli ambiti sono ugualmente attaccabili. Ci sono ambiti ultra-permeabili – come il giornalismo, la letteratura, le scienze sociali – e ambiti quasi impenetrabili, come la fisica e la matematica. E la ragione è semplice: tutto dipende dal grado di neutralità intrinseca di ogni ambito culturale. Se scrivi un romanzo, le tue preferenze e i tuoi valori contano molto, quindi può avere senso (almeno per i fanatici) chiedersi quanto un dato testo sia politicamente corretto. Ma se dimostri un teorema o scopri una nuova legge fisica, chiedersi quanto quel teorema o quella legge siano politicamente corretti è semplicemente illogico (anche se qualche fanatico ci prova). È per questo che il politicamente corretto è particolarmente invasivo in ambiti come l’informazione, il cinema, le discipline umanistiche, la letteratura, l’opera e persino la mitologia e le arti figurative.

Si potrebbe supporre che, oltre alla matematica e alla fisica, lo scudo delle neutralità protegga anche la musica. Dopotutto, una sequenza di note non è più politica di una sequenza di simboli matematici. E invece no. Negli ultimi anni, anche a seguito dell’esplosione del movimento Black Lives Matter, la scure del politicamente corretto si è abbattuta anche nel mondo della musica. E lo ha fatto non solo là dove al testo musicale si accompagnano delle parole (come nelle canzoni o nell’opera lirica), ma dove la musica è per così dire muta: pura sequenza di note, senza parole né canto. Per il teorico (nero) della musica Philip Ewell la musica classica è razzista e discriminatoria per il fatto stesso di essere basata su un ordine rigoroso e su gerarchie armoniche.

Gli attacchi alla musica si possono utilmente ordinare lungo una scala di assurdità. Un testo musicale può cadere sotto gli strali del fanatismo woke per almeno 5 motivi, via via più demenziali.

La censura di opere e autori non è tutto, però. Accanto a essa proliferano anche altre pratiche. Ad esempio quella di scusarsi di essere bianchi da parte di dirigenti di grandi istituzioni musicali, come il presidente della Los Angeles Opera (Christopher Koelsch) o il capo della League of American Orchestra (Simon Woods), a quanto pare convinti che la whiteness sia una colpa. Oppure il licenziamento di chi resiste alle intimidazioni dei censori (è successo a Dona Vaughn, direttrice dell’opera alla Manhattan School of Music).

Ma le pratiche più inquietanti sono quelle con cui si pretende di aumentare la presenza di musicisti neri nelle orchestre americane, da sempre molto sbilanciate a favore dei bianchi. Peccato che il rimedio usato – impedire ai giudici di vedere i musicisti, per evitare favoritismi pro-bianchi e discriminazioni – si sia rivelato un boomerang: il “daltonismo” dei giudici nelle “audizioni alla cieca” finiva per premiare il merito, non la razza. Ora è considerato discriminatorio.

Di Luca Ricolfi

Follemente corretto. Dirazzando

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2022-12-31 14:15:52

2022-12-31 13:15:52

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39769

2023-08-16 15:00:23

2023-08-16 13:00:23

L’ultimo delirio woke in un museo americano: esporre i cimeli del maghetto, cancellando “quella bigotta transfobica dell’autrice”. Prepararsi all’arte di regime

Forse il fanatismo woke non è che umorismo dell’assurdo, col livore al posto dell’ironia. Tema del giorno: smaterializzare J. K. Rowling. Il comico ringrazia per lo spunto e ci fa uno sketch (che magari funziona pure), il buonista una crociata. Una delirante ossessione. «Ci piacerebbe credere che i libri di Harry Potter siano senza autore» è il desiderio del Museum of Pop Culture di Seattle. «Tuttavia le opinioni di questa certa persona sono troppo odiose e divisive per essere ignorate. Quindi d’ora in avanti la chiameremo Colei-che-non-deve-essere-nominata»: la scrittrice come il cattivo della sua stessa serie. «Lei non troverà più spazio nelle nostre sale. Ma continueremo a esporre i cimeli del mondo dei maghi: ormai appartiene a tutti».

Verrebbe quasi da stare al gioco e non nominare più gli indignati in questione. Mica perché “non si deve”: si lasci la cancel culture a questo carneade del panorama museale, noto più per l’avveniristica struttura progettata da Frank Gehry che per i contenuti da Hard Rock Cafe. Ma il monito è che la caccia al proverbiale quarto d’ora di celebrità – cavalcando l’onda grossa dell’inclusivity – non diventi un precedente pericoloso, dal MoMa alla Tate Modern. Picasso, Gauguin: la lista nera è già partita. L’aggravante, nel caso di Rowling, è che non si contestano delle riprovevoli condotte di vita ma si manda a processo il pensiero libero. «È una personalità nociva» continua la nota del museo redatta da Chris Moore, project manager transgender. Così l’attivismo di J. K. per i diritti delle donne diventa «una pericolosa campagna transfobica»; la sua lettera contro il boicottaggio culturale di Israele, anno 2015, viene stravolta in un fantomatico «supporto a creatori antisemiti»; l’universo di Hogwarts finisce bollato come «incredibilmente bianco» – toh guarda, l’Inghilterra – o «pieno di stereotipi razzisti», e pazienza se le istanze purosangue sono prerogative di Voldemort. Una sfilza di calunnie. Senza contare che la tesi di Moore spalanca le porte all’arte di regime: si sceglie chi e cosa mettere in mostra in base al diktat. All’ideologia.

A questo punto lasciamo la parola a Rowling, che mesi fa era già stata attaccata da una content creator del museo di Seattle. «I veri virtuosi – twittava la scrittrice – non brucerebbero soltanto i libri e i film associati al mio nome. Ma pure la libreria locale e qualunque cosa con un gufo sopra». Della serie: coraggio, potete fare di meglio. Anche nella “Divina Commedia” è superfluo ogni riferimento a Dante per sapere che è di Dante, che è di tutti. E ciò che appartiene a tutti, si dica al MoPop, sviluppa un meraviglioso potere magico: non si cancella. Né tantomeno chi l’ha realizzato. Spiace.

Di Francesco Gottardi

Harry Potter senza Rowling

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2023-08-16 16:34:38

2023-08-16 14:34:38

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