Violenza di genere in Italia: volti e storie dietro i dati
La violenza non arriva mai all’improvviso. E mentre l’attenzione pubblica si accende spesso soltanto davanti all’ennesima tragedia, il fenomeno continua a scorrere sotto la superficie, alimentato dall’indifferenza, dai ritardi, dalla solitudine
La violenza non arriva mai all’improvviso. E mentre l’attenzione pubblica si accende spesso soltanto davanti all’ennesima tragedia, il fenomeno continua a scorrere sotto la superficie, alimentato dall’indifferenza, dai ritardi, dalla solitudine.
Nel 2025 la violenza di genere ha rappresentato un’emergenza in Italia. Secondo il monitoraggio dell’osservatorio “Non Una di Meno”, dall’1 gennaio all’8 novembre sono state uccise 76 donne. La maggior parte dei femminicidi si è consumata in ambito familiare o affettivo.
Tuttavia, i numeri non bastano a spiegare fino in fondo la portata del fenomeno. Dietro le statistiche ci sono volti e storie: come Nunzia Cappitelli, uccisa a Napoli in un contesto di violenza domestica. La violenza non risparmia anche altre fasce: a Milano un 22enne accoltellato dal branco è rimasto invalido. E ancora: il caso del piccolo Giovanni, ucciso dalla madre.
A Roma, le denunce per presunti stupri al liceo Giulio Cesare mostrano come la violenza possa insinuarsi anche negli ambienti scolastici. Sempre nella Capitale, una 18enne è stata aggredita e violentata in un parco mentre il fidanzato veniva immobilizzato.
Sul fronte istituzionale, il 25 novembre scorso il Parlamento ha approvato una nuova legge che introduce il femminicidio come reato autonomo, non più solo come aggravante dell’omicidio. Nei casi più gravi – quando l’uccisione è motivata da odio di genere, controllo o negazione della libertà della donna – è previsto anche l’ergastolo.
Tale riforma riconosce la specificità culturale e sociale della violenza contro le donne.
È inoltre attesa una ridefinizione del reato di stupro per stabilire che qualsiasi atto sessuale senza consenso esplicito sia considerato violenza.
Tuttavia, l’iter parlamentare procede a rilento fra rinvii, divisioni politiche e critiche.
Nel frattempo però la realtà corre più veloce delle leggi: i Pronto Soccorso continuano a registrare accessi per aggressioni; i centri antiviolenza sono sovraccarichi; molte vittime non denunciano per paura, dipendenza economica o isolamento. Si tratta di una violenza multiforme: domestica, psicologica, sessuale, giovanile.
In questo scenario trova importante spazio la psicologia, sempre più centrale nel riconoscimento precoce della violenza; in particolar modo di quella psicologica ed economica, spesso più difficili da individuare e dimostrare.
Con questo obiettivo è nato il progetto “Il ruolo della psicologia nella prevenzione e nel contrasto della violenza psicologica ed economica”, promosso dall’Ordine degli Psicologi (OPL) della Lombardia con il sostegno di Regione Lombardia, all’interno del Piano d’Azione 2024–2025.
Il piano, coordinato da Elisabetta Camussi – con Anita Pirovano e Chiara Annovazzi – ha coinvolto un totale di 875 psicologi lombardi attraverso questionari anonimi, interviste e focus group.
Dalla ricerca emerge che circa il 90% dei partecipanti considera la violenza di genere una priorità assoluta per l’intervento professionale. Le strategie ritenute più efficaci prevedono un lavoro interdisciplinare, percorsi di empowerment per le vittime e un totale riconoscimento sociale della professione psicologica. Le forme di violenza più facilmente riconosciute risultano quella psicologica, economica e fisica, seguite da quella sessuale, assistita e online.
Secondo Camussi, la violenza di genere è un fenomeno complesso che richiede interventi precoci nei contesti della quotidianità. Per l’assessore Elena Lucchini e la presidente OPL Valentina Di Mattei, la sinergia tra istituzioni e professionisti è decisiva per rafforzare prevenzione e tutela delle vittime. Una prospettiva che si lega direttamente alla necessità di affiancare alla risposta penale un solido lavoro culturale e psicologico.
L’Italia si trova così davanti a una sfida non solo repressiva, ma soprattutto culturale e sociale. Perché finché i numeri continueranno a salire, ogni legge resterà un argine fragile davanti a un’emergenza che chiede molto più della sola risposta penale.
di Catia Demonte
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