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title: Borghesia cercasi. Ceto medio inesistente o nascosto
description: "Il viceministro dell'Economia, Maurizio Leo, propone di far scendere il carico fiscale dalle spalle del ceto medio."
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date: 2024-03-18
author: Davide Giacalone
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categories: [Economia]
tags: [economia, Italia, politica]
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# Borghesia cercasi. Ceto medio inesistente o nascosto

![evasione fiscale](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/03/evasione-fiscale.jpg)

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2024-03-07 17:02:03

2024-03-07 16:02:03

Lo spread non è (soltanto) un giudizio sul debito italiano. Il considerarlo tale induce a errori di valutazione e previsione

Lo spread non è (soltanto) un giudizio sul debito italiano. Il considerarlo tale induce a errori di valutazione e previsione. Il rischio legato all’acquisto di titoli di un debito è sì legato al livello dell’indebitamento – in relazione alla velocità di crescita di una economia – ma anche al contesto in cui quel rischio dev’essere calcolato.

Come cercammo di sostenere già allora, all’epoca del default greco l’Italia non aveva altra ‘colpa’ che non quella di un debito troppo alto, ma non era cambiato nulla fra il prima e il dopo quell’evento: era cambiato il contesto ed era possibile scommettere sull’implosione dell’euro. Superata quella fase, il nostro debito è rimasto enorme ma lo spread è rientrato nei ranghi. Se però la patologia dello spread è drammatica, la sua fisiologia non è meno preoccupante.

L’Istat ha appena calcolato un aumento dello 0,1% (rispetto alle previsioni) del Pil 2023, portandolo a +0,9%. Ora si ritocca al rialzo, d’eguale misura, la previsione per il 2024. Allo stesso tempo, però, l’Istat ha evidenziato un imponente aumento del deficit 2023: dal previsto 5,3% all’abnorme 7,2%. Questo comporta quel che già sapevamo e abbiamo scritto, ma aumentandone la portata: le previsioni di deficit e debito 2024 (per quanto il secondo sia calato, complice l’inflazione) devono essere riviste.

In condizioni ‘normali’ questo sarebbe bastato a far crescere lo spread, mentre invece è calato. Nulla di misterioso: non soltanto nessuno scommette sulla fine dell’euro, che si dimostra solido, ma tutti vedono che la Commissione europea posticipa l’apertura, nei nostri confronti, di una procedura d’infrazione. Ci si rivede dopo le elezioni. Il che suggerisce che ci sarà un clima accomodante. Niente scommesse di crolli, niente picchi di spread. Tutto a posto? Manco per niente.

In un suo interessante studio, il professor Marco Fortis ha segnalato che l’Italia è l’unico dei grandi Paesi che – al netto degli interessi – ha fatto scendere il debito pubblico fra il 1996 e il 2023. Meglio di noi ha fatto soltanto la Germania, che pure lo ha visto crescere, sebbene di poco. Siamo quelli che hanno la più lunga e corposa serie di avanzi primari, ovvero di bilanci chiusi in attivo, prima del pagamento degli interessi.

La cosa è spesso citata come fosse una medaglia, laddove è un problema: significa che altri aumentano il debito per far spesa pubblica (più o meno efficiente, questo è un altro discorso), mentre noi la aumentiamo per pagare gli interessi, giacché al lordo di quelli continuiamo a essere costantemente in deficit. Significa che i soldi di quella spesa non vanno a scuole o sanità, ma agli investitori nel debito. Che solo in misura contenuta sono i cittadini (per circa 700 miliardi su circa 2.870), mentre per lo più si tratta di banche, di istituzioni finanziarie – italiane ed estere – e della Banca centrale. Il che comporta la destinazione di quei soldi al finanziamento del debito piuttosto che ai produttori di ricchezza. E non giova punto alla salute. Inoltre lo spread è oggi basso se misurato su sé stesso, ma resta il più alto all’interno dell’area dell’euro. Significa che non abbiamo la giugulare aperta, come in certe fasi, ma subiamo un’emorragia a un ritmo superiore a chiunque altro. Il che debilita e, alla lunga, ammazza.

A forza di considerare lo spread come fosse un giudizio su questo o quel governo (dimenticando che era molto alto sotto il governo Monti, che era stato chiamato per domarlo), ci si dimentica che misura anche il nostro progressivo indebolimento. Sicché mi sfugge cosa ci sia da festeggiare. Tanto più che l’incremento del deficit2023 si deve ai soldi buttati nel bonus 110%.

Morale: gli avanzi primari sono una virtù cui siamo obbligati, ma anche un modo per bruciare soldi del contribuente; se vogliamo uscirne dobbiamo imparare a mettere il resto dei soldi in quel che serve a far crescere il Pil a un ritmo che non richieda l’avanzo primario per contenere il debito e pagarne il costo. Il resto è una danza tribale di prede che si credono spreadate.

di Davide Giacalone

Sullo spread c'è poco da festeggiare

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2024-03-07 19:02:11

2024-03-07 18:02:11

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25929

2024-02-21 11:05:05

2024-02-21 10:05:05

È il fenomeno dei furbetti dell'assicurazione diffuso soprattutto a Napoli: targhe polacche, bulgare e romene che circolano sulle strade italiane

Targhe polacche, bulgare, romene che circolano sulle strade italiane. Si tratta dei furbetti dell’assicurazione, fenomeno diffusissimo a Napoli.

Lo stratagemma sta nell’esterovestizione: si procede alla radiazione del mezzo di trasporto dal nostro Pubblico registro automobilistico (Pra) per immatricolarlo nuovamente all’estero, intestando a un prestanome l’auto o qualunque altro veicolo. Così si sfugge alla legge: non è possibile risalire alla data d’inizio del contratto assicurativo e gli stessi contratti spesso sono falsi. È una strada decisamente borderline (per non dire totalmente illegale) per ovviare al costo dell’assicurazione, piuttosto elevato in alcune aree del Paese come la Campania, dove l’importo può superare anche il valore del mezzo.

Per arginare il fenomeno, tre anni fa è stato pure modificato il Codice della strada con la Legge 238/2021, che ha allungato le tempistiche di immatricolazione italiana per i residenti in Italia da 60 a 90 giorni. Inoltre la normativa introduce l’obbligo di iscrizione dei veicoli al Pubblico registro dei veicoli esteri (Reve, attivo dal 2022). L’art. 93 del Codice della strada è stato poi rimpiazzato dall’art. 93-bis, secondo cui i soggetti stranieri che guidano un’auto con targa straniera e che prendono residenza in Italia dispongono di 180 giorni per l’immatricolazione del veicolo, altrimenti rischiano una multa salata con confisca amministrativa del mezzo.

La legge sembra però facilmente aggirabile tramite un leasing o un comodato: se l’utilizzo dell’auto con targa estera è vincolato a questo tipo di accordi firmati dai contraenti, allora sarà possibile circolare regolarmente anche se si è residenti in Italia da più di 90 giorni. Deve inoltre essere iscritto al Reve il veicolo (con documento su titolo e periodo d’uso) intestato a persona fisica o giuridica con residenza in uno Stato estero e concesso in uso a qualunque titolo per un arco di tempo superiore a 30 giorni – anche non continuativi – a cittadini residenti in Italia.

Secondo i dati del Reve, sono oltre 20mila le automobili immatricolate all’estero presenti fra Napoli e Provincia. Ma è un dato estremamente parziale perché alla mappatura sfuggono altre migliaia di vetture. Gli ultimi dati a disposizione di Aci Napoli rivelano che nel primo semestre dell’anno scorso sono state oltre 6mila le radiazioni di mezzi di trasporto nel capoluogo campano. Questo perché alcune aziende della Regione hanno messo in piedi un sistema ingegnoso, creando società di leasing estere che rottamano l’auto in Italia e – dopo una manciata di giorni – consegnano targa e libretto in arrivo da un Paese estero, soprattutto dall’Est Europa: così l’utente che si serve di questo stratagemma non è tenuto a pagare tasse, assicurazione, bollo e quello che comporta il possesso di un mezzo di trasporto.

Infine c’è la beffa: in caso di incidente, l’eventuale parte lesa non potrà ottenere il risarcimento. In questi casi non si può risalire all’eventuale assicurazione sul veicolo perché non c’è interscambio di dati con altri sistemi europei.

di Nicola Sellitti

 

I furbetti dell'assicurazione

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2024-02-21 23:50:18

2024-02-21 22:50:18

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30426

2024-02-14 15:00:13

2024-02-14 14:00:13

La dura realtà delle imprese in Italia: siamo rimasti senza imprenditori come dimostrano la pochezza degli ultimi leader di Confindustria e come segnalato dal “Wall Street Journal”

Da una parte c’è, in tutti i modi possibili e ai massimi livelli, l’auspicio che le nostre aziende crescano, si irrobustiscano, raggiungano una massa critica in grado di renderle competitive a livello internazionale. Dall’altra il confronto con la dura pratica del merger & acquisition, che vede le realtà industriali in tutti i campi – dall’automotive alla moda e all’energia – essere sempre più prede e sempre meno cacciatrici. E questo nonostante l’enorme liquidità parcheggiata nelle banche italiane. Perché la finanza ci ha insegnato che non basta crescere per linee interne, aumentando fatturato ed export. I veri salti di qualità si fanno con le acquisizioni e, ancora meglio, con le fusioni nelle quali si riesce a mantenere il controllo dell’intero business consolidato, anche con accordi di governance. Un mestiere ben diverso dal saper attrarre investimenti diretti esteri, prassi dove pure non brilliamo.

Paradigmatica è stata, da sempre, la strategia seguita da Leonardo Del Vecchio con Luxottica: da piccolo produttore di montature ad Agordo, nel Bellunese, a leader mondiale degli occhiali. Purtroppo non ci sono molti altri esempi da citare. Anche nel nostro punto forte, quello della moda, i grandi stilisti autoctoni non hanno saputo fare massa critica come i francesi. Anche se, qualche volta, ci hanno pensato. Il progetto di Versace di unirsi con Gucci, allora all’avanguardia, fu bloccato dalla tragica e improvvisa morte di Gianni. Tentò poi Prada alla fine del secolo scorso – il momento che segna l’inizio dei poli (Prada, fra l’altro, comprò Fendi insieme a Lvmh) – ma probabilmente non era il momento giusto per la maison italiana.

Ma non vorremmo che la verità fosse molto più prosaica. E cioè che l’Italia è purtroppo rimasta senza imprenditori, come dimostra anche la pochezza degli ultimi leader di Confindustria e come aveva segnalato lo scorso autunno l’autorevole “Wall Street Journal”. Le grandi figure del passato se ne sono andate. Ma senza una nuova generazione di imprenditori mancano le forze ‘affamate e folli’ (mutuando il suggerimento di Steve Jobs agli studenti di Stanford) per far crescere il nostro Paese.

Le ultime due operazioni, fresche di annuncio, parlano da sole. Tod’s dà l’addio alla Borsa: il fondatore e Lvmh lanciano l’Opa amichevole, anche perché Della Valle era già da lustri nel board del gruppo francese. La famiglia Moratti, dopo 62 anni, cede la maggioranza della Saras agli svizzeri-olandesi di Vitol, un gruppo nato a Rotterdam solo nel 1966, per il delisting. Quindi altre due perdite pesanti per la già non ricca Piazza Affari.

Le motivazioni sono abbastanza iterative. Un capoazienda ormai anziano, la volontà di ‘dare un futuro’ al business e il desiderio degli eredi di intraprendere nuove avventure. Ma il nodo resta, come ha detto l’ex governatore di Bankitalia Ignazio Visco: «In Italia non siamo riusciti a creare una classe imprenditoriale come quella che ha invece consentito il miracolo economico».

di Franco Vergnano

Le imprese e i capitali, siamo prede

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2024-02-14 13:06:57

2024-02-14 12:06:57

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