---
title: Def, Pnrr e conti alla mano
description: "La crescita che il governo aveva previsto per il 2024 era pari all’1,2%. Previsioni serie ne avevano evidenziato lo scarso realismo."
featured_image: https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/04/Giorgetti.jpg
date: 2024-04-10
modified: 2024-04-11
author: Davide Giacalone
url: https://laragione.eu/litalia-de-la-ragione/economia/def-pnrr-e-conti-alla-mano/
categories: [Economia]
tags: [economia, Italia, politica]
---

# Def, Pnrr e conti alla mano

![Giorgetti](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/04/Giorgetti.jpg)

22993

2024-04-03 10:27:35

2024-04-03 08:27:35

Mettere in fila i prossimi appuntamenti diplomatici: per capire la politica, unico mezzo per risolvere i problemi e non per eluderli o addirittura complicarli

Proviamo a mettere in fila gli appuntamenti politici, e guai se il solito guastafeste salta su a dire che è roba da masochisti. Il punto è capire se la politica, che dovrebbe essere il mezzo per risolvere i problemi del Paese, finisca al contrario per eluderli o addirittura complicarli.

Cominciamo. In Commissione Affari costituzionali della Camera si discute di premierato. In aula invece, forse già oggi, vanno in scena le mozioni di sfiducia nei confronti del vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini e della ministra del Turismo Daniela Santanchè. Sui media impazza (!) il confronto-scontro sulle quote di bambini stranieri da prevedere nelle classi scolastiche. Più su, nelle Università, cori vocianti di studenti chiedono – e lugubremente spesso ottengono – che i rapporti con gli atenei israeliani vengano cancellati. Fermiamoci qui, districandoci in una rapida analisi.

Il premierato è la madre di tutte le riforme, tenacemente voluta da Giorgia Meloni. Peccato che il testo in esame in Parlamento faccia acqua da tutte le parti e che a sostenerlo non ci siano soltanto esponenti della minoranza ma anche autorevoli voci della maggioranza. Lo slogan meloniano “Volete che il premier lo scelgano i cittadini oppure i partiti?” è populisticamente vellicante ma minaccia di scassare quel che ancora a livello istituzionale regge.

Chi scrive è da sempre favorevole alle riforme costituzionali a patto che il risultato mantenga in equilibrio il sistema e che il bilanciamento dei poteri sia salvaguardato. Così come congegnata, l’elezione diretta del capo del governo manca entrambi gli obiettivi. E minaccia di essere esercizio meramente consolatorio l’idea che adesso si fa questa modifica e poi le altre di assestamento seguiranno: il precedente del taglio dei parlamentari, attuato senza alcun correttivo sul resto dell’impianto costituzionale, può funzionare da efficace ammonimento. Peraltro si vorrebbe il premier eletto dai cittadini senza specificare il modello di legge elettorale che dovrebbe garantirgli la maggioranza: l’ex presidente del Senato Marcello Pera ha usato il termine «pasticcio» ed è stato generoso. Onestà intellettuale vuole che girando la testa dall’altra parte non è che si ottengano lumi. Pd e Cinquestelle oscillano infatti tra fughe in avanti e ostracismo conservativo: non esattamente le ricette per ammodernare ciò che è diventato obsoleto.

Non vanno meglio le cose riguardo le mozioni di sfiducia. Si tratta di atti parlamentari che non hanno mai sortito l’effetto voluto dai promotori. Invece che sfilacciare la maggioranza finiscono per rinsaldarla e tutto ciò che si ottiene è qualche titolo strillato di giornale: un distillato di onanismo politico. Peggio poi se così facendo il Palazzo passa la palla ai tribunali: il cortocircuito politica-giustizia è nefasto e a dimostrarlo ci sono decenni di vicende fra prima e seconda Repubblica.

Quanto infine sia stata velleitaria l’uscita di Salvini (sostenuto dal ministro Giuseppe Valditara) riguardo le ‘quote’ nelle classi di ragazzi stranieri, lo dimostra la precisazione del capogruppo di FdI Tommaso Foti il quale, avallando l’idea che tra Camera e Senato qualcuno con la testa sulle spalle ci sia, ha spiegato che «il tetto agli stranieri non tiene conto della realtà». Lapidario. Quanto ai ‘collettivi’ universitari che vogliono rompere i rapporti con Israele – mantenendo però quelli con Paesi dove le donne vengono lapidate o altri nei quali i diritti civili sono considerati alla stregua di cedevolezze al decadentismo occidentale – varrebbe solo ricordare che la cultura non ha confini né sopporta censure.

Così, in uno straniante girotondo, si torna al punto di partenza: cioè della politica che dovrebbe risolvere i problemi e invece et cetera et cetera. Vale la pena ricordare che le istituzioni o la formazione sono materie delicatissime e gli apprendisti stregoni sono sì un aiuto, ma per la scesa.

di Carlo Fusi

Conflitti e riforme

publish

closed

closed

conflitti-e-riforme

2024-04-03 10:27:38

2024-04-03 08:27:38

post

raw

9926

2024-04-07 09:34:33

2024-04-07 07:34:33

Tra Elly Schlein e Giuseppe Conte volano stracci che cancellano l'idea di un campo largo: Pd e M5S non hanno alcuna possibilità di condurre una campagna comune

Essere stati facili profeti non ci interessa, “aver ragione“ ancor meno, sta di fatto che - come si era agevolmente previsto dopo la sorprendente, ma pur sempre risicatissima vittoria in Sardegna - l’opposizione si è ritrovata in un baleno in una condizione se possibile ancor peggiore di quella precedente l’exploit sull’isola.

Le opposizioni, per meglio dire, perché è lunare continuare a riferirsi unitariamente a una galassia tenuta più o meno insieme soltanto da un desiderio: tirarsi vicendevolmente improperi e accuse rinfacciando la responsabilità di un “campo largo” defunto prima ancora di essere stato abbozzato.

La sceneggiata barese ha dell’incredibile eppure non riesce a sorprendere. Nella sua genesi, nel corollario di malumori, battute sprezzanti e rassegnazione che l’avvolge. La verità, che valeva anche in Sardegna anche se maldestramente nascosta dal risultato e dai peana interessati della parte di stampa alla caccia disperata di un antidoto a Giorgia Meloni, è che Partito democratico e Movimento Cinque Stelle non hanno alcun reale motivo e possibilità di condurre una battaglia comune. Se non spinti dalla disperazione tattica di sapere di non poter farcela da soli.

Lo capirebbe anche un bambino che queste non sono neppure lontanamente condizioni minime accettabili per costruire un vero progetto alternativo, quello di cui l’Italia - come qualsiasi democrazia evoluta - avrebbe disperatamente bisogno.

A due mesi dalle elezioni europee, dominate da un proporzionale secco che spinge al tutti contro tutti (come ben sanno anche dalle parti della maggioranza), quello che resta della costruzione vagheggiata a sinistra sono rancori che minacciano di minare qualsiasi possibilità futura. Ogni soluzione che non sia un cartello elettorale messo in piedi alla meno peggio e facendo finta di poter abbozzare un programma comune.

Il balletto sulle candidature non è certo un’esclusiva delle opposizioni, basti pensare ai tentennamenti della presidente del Consiglio Giorgia Meloni o al mistero Vannacci nella Lega, per tacere del gigantesco scoglio Zaia, ma a inseguire sono gli altri.

Questo è un fatto che dovrebbe imporre qualcosa in più della margherita inutilmente sfogliata da Elly Schlein in vista dell’Europee o degli sfibranti Stop and Go di Giuseppe Conte, pensati molto più per logorare che per convincere il potenziale e sempre più lontano alleato.

di Fulvio Giuliani

Campo sbriciolato, altro che campo largo

publish

closed

closed

campo-sbriciolato-altro-che-campo-largo

2024-04-08 12:15:00

2024-04-08 10:15:00

post

raw

49039

2024-03-29 10:59:52

2024-03-29 09:59:52

Bombardati di cattive notizie, media e politica giocano sulle nostre paure per avere reazioni. Ma una strada per un futuro migliore c'è. Anzi, tre

Giustizia. Tasse. Immigrazione. Decrescita. Discriminazione. Guerra. Viviamo bombardati di cattive notizie, di crisi sempre incombenti, di criminalità dilagante.

I media e la comunicazione politica, diventati incapaci di trasmettere una visione che possa fare sperare in un domani migliore, giocano sulle nostre paure per avere audience, commenti, engagement, reazioni. E godono dei risultati, miopi nel loro orizzonte elettorale. Senza rendersi conto che, a forza di urlare al domani peggiore, questo si realizzerà.

Una strada che ci possa portare a un domani migliore invece esiste. E per quanto sia riduttivo e arrogante poter pensare di rinchiudere una panacea ai mali del Paese in un articolo di giornale, voglio quantomeno provarci. Le fondamenta del futuro si basano su tre livelli perché tre sono i livelli delle sfide che abbiamo davanti: quello internazionale, quello europeo e quello nazionale.

A livello internazionale si deve rivitalizzare e riscoprire un ruolo da protagonisti per l’Italia e per l’Europa (insieme agli alleati della Nato e agli Stati Uniti), per essere nel domani un faro di libertà per tutti i popoli oppressi dalle autocrazie e dagli invasori, come in passato noi stessi italiani siamo stati liberati dalla dittatura. Un ruolo che ci deve portare a riscoprire da un lato le arti della diplomazia – da troppo tempo latitanti – ma dall’altro anche quelle della guerra perché, come dimostra il caso ucraino, la nostra libertà non si difende con le belle parole, ma con un deterrente credibile. E ove questo non dovesse bastare, con interventi che rendano chiaro a tutti i nemici del nostro stile di vita che l’Occidente è pronto a difendere i propri valori non soltanto in casa propria, ma ovunque questi vengano minacciati o ci sia un debole oppure un aggredito.

Il secondo livello di azione deve essere quello europeo, perché alcuni dei problemi che attanagliano l’Italia non possono essere risolti se non a livello comunitario. E il fattore abilitante principale a questo livello sono gli Stati Uniti d’Europa. Come Paese, al fianco della Francia, dobbiamo spingere per superare la reticenza tedesca e dare il via a un vero processo di nascita di Stato federale europeo che possa agire da pari a pari insieme agli Stati Uniti.

L’ultimo (ma non per questo meno importante) livello riguarda l’Italia. Non è una decisione politica, ma un cambiamento di passo culturale che deve coinvolgere tutto il Paese. Dalla sua nascita in un Risorgimento incompiuto, l’Italia – come ci fa ben notare Parsi – non è riuscita nel corso della sua Storia a creare un sentimento di patria che possa costituire la chiave di volta su cui andare a costruire le dolorose ma necessarie riforme che possono cambiare il Paese. Dalla giustizia alla lotta all’evasione fiscale, dalla produttività alla partecipazione politica, nessun risultato potrà essere seriamente raggiunto senza un indispensabile sentimento di comunità intorno ai valori fondanti della nostra Repubblica, che sia la base di un nuovo patto sociale.

di Federico Pasotti

Tre pilastri per cambiare

publish

closed

closed

tre-pilastri-per-cambiare

2024-03-29 11:23:42

2024-03-29 10:23:42

post

raw
