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E io non pago!

La Pa non ha ancora imparato che pagare regolarmente conviene

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Senza dover scomodare Totò e il suo celebre «E io pago!», comprare e non pagare oppure pagare quando si vuole è il sogno di tutti. Per la Pubblica amministrazione è invece una realtà che pare immodificabile, almeno secondo un recente report di Confartigianato.

Nel 2020 i suoi debiti commerciali verso i fornitori privati sono infatti cresciuti di 4 miliardi di euro, raggiungendo i 58 miliardi complessivi: in sintesi le imprese non pagate fanno da banca, con le intuibili conseguenze che poi paghiamo tutti noi. Eppure la legge è chiarissima: pagamento delle fatture in 30 giorni, unica deroga concessa i 60 giorni per il Servizio sanitario nazionale. E sul sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze si legge che siffatta puntualità è «un fattore di cruciale importanza per il buon funzionamento dell’economia nazionale».

Peccato che questi ritardi cronici costino due volte ai cittadini. Le imprese non pagate – sempre che non falliscano, lasciando a casa i dipendenti, o non siano costrette a rivolgersi a usurai o mafiosi – si devono finanziare in qualche modo e questo determina prezzi più alti quando si ‘vende’ al settore pubblico. A questo si aggiunga che le Pa che pagano in ritardo ‘bruciano’ soldi in interessi di mora e spese legali che potrebbero invece essere usati per fornire servizi ai cittadini, mentre le procedure amministrative per la liquidazione delle fatture si complicano e si allungano, determinando ulteriori ritardi. È per questo che pagare regolarmente conviene, oltre a essere un dovere morale per lo Stato. Eppure sembra non si riesca ad andare oltre le pur nobili affermazioni di principio, nonostante le ripetute condanne della Corte di giustizia europea per il mancato rispetto della Direttiva del 2011 sui tempi di pagamento.

La soluzione che ritorna spesso è quella della compensazione diretta e universale fra i debiti (fiscali e contributivi) e i crediti delle imprese verso la Pa. Si tratta, come è intuibile, di una strada difficilmente percorribile perché con quella fiscalità lo Stato assicura il funzionamento dei servizi pubblici.

La strada da percorrere appare piuttosto un’altra, interna alla Pa stessa: spendere meglio, e quindi meno, grazie alla corale partecipazione di tutti i dipendenti pubblici, un po’ come tutti fanno a casa propria, in attesa delle auspicate azioni di sistema (riduzione del ‘perimetro’ di quanto richiede l’intervento pubblico, semplificazione delle procedure, valorizzazione dei fondi Ue e del partenariato pubblico privato, et cetera).

Facile a dirsi e difficile a farsi, dirà qualcuno. In realtà, per lo spendere meglio basterebbe l’applicazione di semplici princìpi di economia domestica, grazie a una adeguata valorizzazione della responsabilità dirigenziale. Si è già fatto in molte realtà, si tratta solo di replicare tali modelli virtuosi.

 

di Maurizio Bortoletti

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