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title: Epilogo Telecom
description: "Un'agonia lunga e dolorosa ora arrivata all'epilogo per Telecom: la decisione di vendere la rete per diminuire l'indebitamento di 14miliardi"
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date: 2023-11-07
author: Davide Giacalone
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categories: [Economia]
tags: [economia, Evidenza]
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# Epilogo Telecom

![Epilogo Telecom](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2023/11/Screenshot-2023-11-07-alle-09.51.25.png)

Un'agonia lunga e dolorosa ora arrivata all'epilogo per Telecom: la decisione di vendere la rete per diminuire l'indebitamento di 14miliardi

**L’agonia è stata lunga e dolorosa, ora siamo all’epilogo**. Ci saranno sussulti giudiziari, ma più indirizzati a salvare i propri soldi che non a salvare un’azienda oramai depredata e spezzata. Sebbene in negativo, questa è una storia istruttiva, perché un grande patrimonio italiano è stato distrutto a cura degli italiani. Quanti temono l’assalto dei “capitali stranieri” possono qui osservare gli effetti nefandi degli assalti italiani senza capitali.

**Nel 1999 Telecom Italia era il sesto operatore globale delle telecomunicazioni**, fatturava 27 miliardi all’anno e aveva un debito di 8 miliardi, basso. Era stata costruita grazie all’intervento pubblico (Iri-Stet) – quindi con i soldi dei contribuenti – e si manteneva grazie ai soldi dei clienti. Ergo sempre dei cittadini italiani, cui si aggiunsero i cittadini di quei Paesi in cui la fiorente multinazionale di allora era entrata. **Eravamo noi i “capitali stranieri” capaci di fare conquiste**.

**Ora fattura 15 miliardi l’anno e se ne porta sul groppone 21 di debiti.** Un’enormità accumulata non facendo investimenti, ma caricando sulla società scalata i debiti contratti dagli scalatori del 1999. Quelli che l’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, chiamò «capitani coraggiosi» e che erano corsari con un’idea creativa delle regole del mercato, compreso il fatto che furono trovati a vendere (per farne scendere il prezzo) le azioni che affermavano di volere comprare.

Al momento della **cessione al mercato delle azioni pubbliche** si era stabilito che nessuno potesse avere più dell’1% delle azioni, ma al momento della scalata totalitaria si fece finta di non averlo mai detto. Questo è il bello di certe culture illiberali e nemiche del mercato: sono talmente convinte che il mercato sia predazione e sopraffazione che quando assistono ad azioni di quel tipo le pensano di mercato. Nella stagione in cui le regole europee aprivano, finalmente, alla concorrenza – quella in cui le tariffe sono scese moltissimo – **anziché alla competizione ci si dedicò alla spoliazione**.

**Ora il Consiglio d’amministrazione ha deciso di vendere la rete** – realizzata con i soldi degli italiani – i**n modo da diminuire l’indebitamento di 14 miliardi**. Il socio di maggioranza relativa (i francesi di Vivendi, con il 23,7% delle azioni) si oppone e chiede l’intervento giudiziario. Ma lo sguardo di quel socio è rivolto ai soldi persi nell’investimento, non al futuro della rinominata Tim. E del resto, che passi l’idea di vendere la rete e tenere i servizi, piuttosto che quella di vendere i servizi per tenere la rete (ipotesi avanzata dal fondo Merlyn), comunque è un epilogo. Quel che allora ci capitò di denunciare e prevedere diventa purtroppo realtà.

**Almeno si evitino ulteriori errori**. Lo è il fatto che i soldi dei contribuenti continuino a essere usati per diventare soci dell’acquirente americano, Kkr. Lo Stato non deve puntare a fare il socio di minoranza, con il 20%, ma a esercitare controlli, a verificare che la rete sia sviluppata e non risistemata e rivenduta. **Non ha senso volere essere soci quando i consiglieri d’amministrazione della Cassa depositi e prestiti** neanche prendono parte alla decisione di vendere. Non lo ha essere nell’azionariato di una società e della sua concorrente, come capita partecipando a Open Fiber, improvvidamente voluta dal governo Renzi, frutto di soldi Enel (ricordate le reti che dovevano passare dal contatore elettrico?) e poi sbolognata alla Cdp. E nemmeno stabilire che Kkr pagherà 2,5 miliardi in più se sarà fatta la fusione con Open Fiber, ovvero con i soci dei propri soci, subordinando il tutto al parere dell’Antitrust. Se si fosse ascoltato chi evidenziava il conflitto d’interessi non ci si troverebbe in queste condizioni.

**L’interesse pubblico è portare i servizi della pubblica amministrazione in digitale e in Rete**, nonché garantire portata e accesso a innovatori italiani che lavorano nei servizi. E per farlo non si deve essere soci, ma si deve essere lo Stato che non si è stati capaci di essere.

*di Davide Giacalone*
