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title: I conti pubblici e il rischio di un Def ferito
description: Il Documento di economia e finanza sarà presentato all’inizio di questa settimana (entro il 10 aprile) ma rischia d’essere un Def ferito
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date: 2024-04-08
modified: 2024-04-09
author: Davide Giacalone
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categories: [Economia]
tags: [Italia]
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# I conti pubblici e il rischio di un Def ferito

![Def](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/04/Def.jpg)

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2022-08-18 15:00:32

2022-08-18 13:00:32

Che il debito pubblico aumenti costantemente di per sé potrebbe non essere un problema. Ciò che conta è il rapporto con la ricchezza prodotta, che deve essere maggiore del debito. Per questo, occorre che si arrivi alle elezioni senza credere alle promesse che generano debito e mettono a serio rischio i nostri risparmi.

Sarà bene intendersi, sulla questione del debito pubblico. Tanto più che da quello dipende tanta parte non solo della nostra sorte economica, ma anche direttamente della nostra sovranità e dignità. E bisogna intendersi su un punto: inutile richiamare, di tanto in tanto, i dati resi noti dalla Banca d’Italia, lanciandoli con strilli che avvertono essere stato infranto un nuovo record (negativo). È inutile perché, in valore assoluto, il debito pubblico avrà stabilito un nuovo record prima che io riesca ad andare a capo. Entro la fine di questo articolo, che sia io a scriverlo o voi a leggerlo, il record sarà stato stracciato numerose volte. Ogni secondo che passa. Basterà vi connettiate a un contatore on line del debito per assistere alla polverizzazione continua dei record. Il problema non è (solo e tanto) il valore assoluto, ma manca del tutto la consapevolezza del nesso fra quel debito e la sicurezza del proprio patrimonio privato.

Se non fossimo inanellatori di record debitori sarebbe meglio, ma quel che conta è il rapporto fra il debito e la ricchezza che si genera, il prodotto interno lordo. Avere un debito di 100mila euro significa poco: se ne guadagno 20mila l’anno ho un problema, se ne guadagno 1 milione chi se ne importa. Nei conti del governo italiano, che si riflettono in quelli di chi osserva i nostri bilanci, il peso percentuale del debito è già sceso e continuerà a scendere. Lentamente, da un livello troppo alto, d’accordo, ma fin quando la ricchezza prodotta cresce più velocemente del debito i problemi si affrontano e risolvono senza traumi. Qualche dubbio, però, è lecito. Specie a sentire le cose della campagna elettorale: non promettono anche il salame perché, oramai, pare troppo poco, siamo a un passo dal caviale di cittadinanza. Vabbè, è fisiologico, capita sempre, lo si fa per acchiappare qualche consenso. Ecco, questo è il punto: se fosse chiaro di che stiamo parlando i consensi si perderebbero. E in fretta.

Dunque: l’ultimo record ufficializzato segna un debito a 2.766 miliardi, era di 2.530 a giugno del 2020 e 2.696 in quello 2021. Ora che leggete è già più alto. Grazie alla Banca centrale europea ci costa meno di quel che potrebbe, ma comunque più di quel che costa ad altri. Quindi c’indeboliamo ogni ora che passa. E se i tassi crescono, come cresceranno, saranno guai. Dall’altra parte il patrimonio privato degli italiani supera i 10mila miliardi. Più del triplo del debito.

Tranquillizza? Inquieta, perché il debito è dello Stato, mentre la casa e i risparmi sono miei. Ma se, grazie agli argini europei, riceviamo finanziamenti e protezioni, il cui costo ricade su tutti gli europei, ove non si riduca ma accresca il debito, prima o dopo qualcuno osserverà che il patrimonio degli italiani è superiore a quello di altri europei anche perché lo hanno finanziato con il debito pubblico, spendendo senza produrre ricchezza, pagando stipendi senza chiedere prestazioni, elargendo pensioni e via così dilapidando. Sicché al patrimonio si guarderà con relazione al debito.

Il patrimonio medio è al Nord-Ovest il doppio che al Sud, ma è comunque attivo. Le passività sono basse e distribuite come il patrimonio. Un mondo di benestanti viene elettoralmente corteggiato come fossimo straccioni mendicanti. Ma una parte consistente del patrimonio è in attività finanziarie, che l’inflazione erode. Vi piacciono i bonus 110 e chi li promette? Producono inflazione ed erodono i risparmi. Vi piacciono le promesse di pagare meno tasse e avere più pensioni? Lo sbilancio potrà essere compensato con il patrimonio. Credete a chi vi dice che non sarà mai messa una patrimoniale? Peccato esistano di già e supporre che altri garantiscano in eterno i nostri sbilanci è più ardito che credere agli asini volanti. Ecco, appunto, si cerchi di non supporsi così furbi da poi essere asini votanti.

 

Di Davide Giacalone

Il debito pubblico e le astruse promesse elettorali

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2022-08-18 12:22:30

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2023-12-10 16:50:58

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Non c'è un indebito ingerirsi negli affari altrui, semmai il bisogno di protezione quando si è troppo in debito

Il tema collettivo non è difendersi dalle regole del Patto di stabilità e crescita – nella sua versione attuale o in quella che si sta negoziando – ma avere regole capaci di difendere ciascuno e l’intera area europea dalle turbolenze del mercato, generando stabilità e affidabilità capaci di assicurare tranquillità ai produttori di ricchezza. Non c’è un indebito ingerirsi negli affari altrui, semmai il bisogno di protezione quando si è troppo in debito. Il mondo non è popolato da angeli ansiosi di danzare in armonia (al momento i demoni delle guerre hanno rimesso piede ai margini di casa nostra): regole di convivenza e convenienza sono preziose.

A proposito del Patto e delle sue regole, il ministro dell’Economia ha detto che «la riduzione del debito dev’essere graduale, realistica e sostenibile». Più che giusto. Un po’ come le cure dimagranti: devono essere graduali e costanti, mentre chi promette dimagrimenti di trenta chili in una settimana è un bidonatore o un seppellitore. L’importante è dimagrire, perché l’obesità non è giuliva, fa vivere a fatica e comporta rischi. Il debito deve diminuire gradualmente, ma è importante che diminuisca, perché averne troppo toglie energia alla crescita e sovranità all’indebitato. Questo non perché lo chiedano i parametri o il Patto, ma perché lo chiedono il buon senso e il senso di responsabilità. Il problema è che il peso percentuale del debito sul Pil rischia di aumentare. Non è una gran cosa dimagrire di mezzo chilo pesandone cento, ma qui si rischia di ingrassare. E ciò, nel negoziare il Patto, è un problema.

Che si debba far calare il debito lo dicono tutti, ma la questione è che siano credibili. Non soltanto perché noi italiani abbiamo usato la stagione dei tassi d’interesse bassi per indebitarci di più – salvo poi dare la colpa del debito crescente al rialzo dei tassi (il che è grottesco) – ma perché siamo anche quelli che tengono ferme le garanzie bancarie europee ostinandosi a non ratificare la riforma del Mes, salvo avere il ministro degli Esteri che sostiene si debba ratificarla, quello dell’Economia che non sa più cosa rispondere ai colleghi e l’intero mondo politico che sa benissimo di dovere ratificare ma non riesce a scollarsi dalle fesserie che raccontò. Tutto ciò non giova alla credibilità.

Ci sono occasioni preziose, per essere credibili. Si spera che la settimana prossima sia l’ultima in cui la menata del Mes occupi la scena. Basta: fate quello che sapete di dovere fare. Se non riuscite a usare parole di verità, inventate pure qualche bubbola su presunte e inesistenti modifiche e contropartite. Poi ci sono le vendite di patrimonio pubblico: bene il cominciare a piazzare quote di Poste, bene chiudere la partita Monte dei Paschi di Siena, benissimo mettere in cantiere la valorizzazione e vendita di tanta parte del patrimonio immobiliare pubblico, che nel suo deperire è un costo anziché una ricchezza. Ma piantando un paletto immodificabile: i soldi che si ricavano da dismissione di patrimonio vanno a diminuzione del debito. Che è poi il solo modo per farne scendere il peso senza puntare esclusivamente su una crescita economica che superi costantemente la velocità con cui cresce il costo degli interessi.

Guardiamo la cosa da un altro punto di vista, per capire quanto sia possibile fare quel che è necessario. Il governo ha presentato una proposta di legge di bilancio complessivamente prudente, benché non molto significativa. Dopo averla presentata ha avvertito che era da considerarsi immodificabile. Dopo di che, mentre dall’opposizione si presentano valanghe di emendamenti suicidi, il governo stesso presenta modifiche alla sua proposta immodificabile. Vuol dire che il governo ha un controllo totale dell’iter parlamentare. Altro che premierato! In queste condizioni il governo può fare molto. A fermarlo possono essere soltanto le divisioni interne e queste – a giudicare dall’insistenza con cui s’impegnano a negarne l’esistenza – sembrano essere crescenti e significative.

 

di Davide Giacalone

L'Italia e il problema del debito

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2023-12-09 18:12:01

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2023-04-12 14:45:14

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C'è un filo che lega il Def, approvato ieri dal governo, il Pnrr e le nomine aziendali controllate dallo Stato

C’è un filo che lega il Def (Documento di economia e finanza) approvato ieri dal governo, l’impegno per il pieno successo del Pnrr e le nomine nelle imprese controllate dallo Stato. Che destano nervosismo nella maggioranza. E c’è una partita politica, che accompagna lo sgranarsi di quella collana.

I numeri Eurostat confermano un dato positivo e un danno permanente. Il dato positivo è che, fra il 2021 e il 2022, l’occupazione è cresciuta più della media Ue (+1,9% rispetto a +1,5%). Il danno permanente è che in nessun Paese europeo si lavora in meno numerosi che in Italia: da noi il 60,1% della popolazione attiva, nella media Ue il 69,9%; ma in Germania (la prima potenza industriale, noi siamo la seconda) il 77,2%. Queste sono medie, se guardiamo dentro la realtà italiana troviamo aree che superano la quota europea e aree d’inammissibile arretratezza. Non solo lavoriamo in pochi, ma non si trovano italiani disposti o capaci di fare molti lavori. Siccome la crescita della ricchezza è frutto del lavorare e dell’intraprendere, noi sommiamo una crescita inferiore al possibile e uno squilibrio territoriale non sostenibile. E questo ci porta al Def.

La dottrina spendarola, a destra e a sinistra, detta una solenne sciocchezza: più lo Stato spende e più si cresce. Se fosse vero, con il debito che ci ritroviamo e, quindi, la spesa in deficit fatta, dovremmo essere i campioni europei. Ma non è vero. Però è affasciante, specie se si punta a raccattare voti usando i soldi dei contribuenti onesti. Per questo è significativamente positivo che il Def descriva un calo progressivo del peso del debito pubblico sul prodotto interno lordo, in continuità con i conti del governo Draghi. Perché segnala che non si è abbracciata la dottrina spendarola. E questo origina già dalla campagna elettorale, quando Forza Italia e Lega reclamavano lo spendarolo “sfondamento di bilancio” e Fratelli d’Italia s’opponeva. Il partito d’opposizione era più draghista dei due al governo. E questo è il punto relativo alla partita politica. Ci arriviamo.

Nel Def il deficit resta alto (4,5%), ma in linea con le previsioni. Il 2023 si conferma anno di crescita (l’opposto della recessione inesistente, di cui si strillazzava in campagna elettorale), semmai più marcata: 1%. Senza, però, che ci sia traccia dei soldi Pnrr. Non che il governo non pensi di utilizzarli (sarebbe una follia), ma, prudentemente, non ne contabilizza gli effetti nell’immediato, guarda un po’ oltre. Se tutto andrà per il meglio, insomma, si rivedrà al rialzo la crescita e il governo (giustamente) s’attaccherà una medaglia al petto. Ma può andare per il meglio? Qui si arriva alle nomine.

Sono sempre state politiche e sono sempre state spartitorie. I moralismi a intermittenza sono immorali. Preferirei meno Stato nel mercato e diversa procedura, ma questa è la zuppa ed è inutile far boccuccia. La novità è un’altra: da quelle grandi società passa parte significativa delle opere Pnrr. Qui non si giocano delle poltrone, ma la testa dell’operazione. Non è che Meloni, come taluni scrivono, voglia tutto per sé, è che non vuole si riproduca la divisione della campagna elettorale sullo sfondamento, per cui taluni puntano al fallimento per poi inscenare il vittimismo e la rottura europea (con il plauso del Cremlino). Sono forze che vogliono ingabbiare una Meloni già impastoiata con le proprie stesse parole sbagliate: si è ancora fermi sulla concorrenza e il 20 aprile si pronuncia la Corte di giustizia sui balneari.

L’interesse dell’Italia è che quegli investimenti riescano. Un dovere da definire e adempiere. Sarebbe interesse comune che anche l’opposizione se ne rendesse conto, anche perché governare dopo un fallimento sarebbe atroce. Ma, riuscendoci, il partito pragmatico di centro diventerà l’attuale destra e quelli che volevano stare al centro verranno sbattuti alla destra protestataria. A quel punto o si fa il salto, portando in Parlamento il dialogo istituzionale, o si resta nella marana delle false alleanze, incapaci di governare.

di Davide Giacalone

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2023-04-12 08:26:14

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