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I millennial non dimenticano Smemoranda

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Troppo duro il colpo inferto dal Covid per la storica Smemoranda, società fondata da Gino e Michele nel 1978, fallita a marzo dello scorso anno
Smemoranda

I millennial non dimenticano Smemoranda

Troppo duro il colpo inferto dal Covid per la storica Smemoranda, società fondata da Gino e Michele nel 1978, fallita a marzo dello scorso anno
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I millennial non dimenticano Smemoranda

Troppo duro il colpo inferto dal Covid per la storica Smemoranda, società fondata da Gino e Michele nel 1978, fallita a marzo dello scorso anno
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La notizia del fallimento risale a marzo dello scorso anno. L’altro giorno è stata invece fissata la base d’asta: 3 milioni e 950mila euro. Tanto vale secondo i periti Smemoranda, la società fondata da Gino e Michele nel 1978, che aveva anche provato a risollevare le proprie sorti nel 2022 cedendo Zelig Media Group a Rti, controllata di Mediaset. Ma non è bastato. Troppo duro il colpo inferto dal Covid che, con la chiusura prolungata delle scuole, aveva fatto calare le vendite dei diari. Stesso discorso per la Gut Distribution, altra società del gruppo che distribuiva marchi come Eastpack e Napapijiri nelle cartolibrerie, anch’esse rimaste con le saracinesche abbassate per diversi mesi. L’azienda non è insomma riuscita a restare al passo con la concorrenza, nonostante quest’ultima non si sia inventata nulla di nuovo: i diari che vanno per la maggiore sono di fatto quelli di sempre, per forma e contenuti. Spiace, perché con Smemoranda se ne va un marchio che ha scritto una pagina della storia dei costumi degli italiani negli anni Novanta: si stima che siano stati 25 milioni gli studenti ad averne comprato almeno una copia, praticamente quasi tutti quelli inquadrati oggi come millennial. Molti di questi, sposati e con figli, ancora adesso non trovano il coraggio di buttare quei diari ormai ingialliti dal tempo in cui risiedono i ricordi di un’adolescenza lontana che riaffiora grazie alle immagini e alle scritte custodite fra quelle pagine. Un milione e 300mila è il numero più alto mai toccato nelle vendite in un singolo anno per la “Smemo” (come veniva chiamata comunemente), un dato straordinario soprattutto se si pensa al suo peso – non proprio l’ideale per le schiene degli studenti – che non piaceva a mamma e papà. Per ovviare al problema, a un certo punto vennero prodotte delle versioni in formato mini: stesso numero di pagine ma più compatte e altrettanto utili a ospitare pensieri e commenti destinati a durare nel tempo. Era un modo di comunicare genuino, così lontano da quelle metriche che caratterizzano oggi il linguaggio dei social. Sulla “Smemo” finivano per lo più le cose belle, le citazioni di Jim Morrison, Oscar Wilde e Jovanotti (che in quegli anni non era ancora Lorenzo); i ritagli di giornale, gli sticker, le scritte con l’evidenziatore, il volantino della manifestazione e le foto con la best friend. Fra un’ora e l’altra, se la prof era in ritardo, c’era anche il tempo di leggere qualche passaggio dei testi scritti da personaggi più o meno famosi: una vetrina per scrittori, cantanti, sportivi e comici. E chissà che a qualche millennial nostalgico non venga voglia di rilevare il gruppo e rilanciarlo anche soltanto per far provare al proprio figlio l’effetto che fa.

di Ilaria Cuzzolin 

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