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Italianità

Dovremmo smettere di interpretare l’economia (e la finanza) come fosse una partita di calcio. Si rischia di descrivere in modo sbagliato la realtà produttiva di un Paese complesso e avanzato come il nostro.

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Dovremmo finirla una buona volta di interpretare l’economia (e in maggior misura la finanza) come una partita di calcio. Nel mondo di oggi valutare le attività delle imprese, le loro cessioni, acquisizioni, qualsiasi operazione di finanza straordinaria come se fosse il turno di una coppa europea di pallone è solo una perdita di tempo. Interessata, il più delle volte.

Perché così si finisce per descrivere la realtà produttiva di un Paese complesso e avanzato come il nostro seguendo poche e semplicistiche indicazioni. Tutto a favore di una narrativa che dura da anni, secondo la quale l’Italia avrebbe imboccato una discesa senza possibilità di ritorno verso l’irrilevanza internazionale. La realtà dei numeri e dei fatti è spesso diametralmente opposta.

Abbiamo già dedicato riflessioni e approfondimenti a questo tema, ma siamo consapevoli che potrebbero volerci anni per riparare ai guasti determinati da una politica e da un giornalismo di maniera. Faremo due esempi apparentemente divergenti tra di loro, che testimoniano quanto sia miope e dilettantistico leggere le capacità imprenditoriali del Paese attraverso le lenti della propaganda.

Mapei, colosso tricolore nel settore dei materiali chimici per l’edilizia, ha appena acquisito dalla società francese Smac, a sua volta leader nelle soluzioni di impermeabilizzazione e rivestimenti per il settore edile, la propria divisione di produzione delle resine. Sempre alla faccia di chi sostiene che i francesi facciano regolarmente shopping da noi, anche se – numeri alla mano – l’operazione dell’azienda guidata dalla famiglia Squinzi è nel solco di un numero elevatissimo di partecipazioni italiane in realtà d’Oltralpe, anche se in molti casi non di controllo.

Non c’è solo il clamoroso caso di Luxottica, insomma, in cui l’ago della bilancia fra italiani e francesi si è progressivamente spostato dalla nostra parte.

Come scrivevamo in apertura, però, qui non si tratta di segnare in trasferta ma di analizzare freddamente la realtà e capire quale sia il miglior futuro per le nostre aziende e i nostri lavoratori.

Ducati è un marchio gloriosissimo dell’industria meccanica italiana, un brand che nel mondo delle motociclette pesa in modo sproporzionato rispetto ai numeri della sua produzione. Sforna dallo stabilimento di Borgo Panigale, alle porte di Bologna, oggetti a due ruote che sono di culto e venerazione nei cinque continenti. Unisce – qui sta la specificità del successo planetario di Ducati – alla sua ‘mitologia’ una ricerca e sviluppo di primissimo ordine, che consente a questa piccola fabbrica di tener testa ai colossi giapponesi sulle piste della MotoGP. Un Davide contro Golia apparentemente insensato, nel mondo di oggi, in realtà reso possibile dalla capacità tipica della Motor Valley emiliana di fondere tradizione, know how d’officina, ricerca, applicazione delle soluzioni più innovative. Ducati, che in un passato tutt’altro che glorioso finì anche in mani statali producendo le sue peggiori moto di sempre, è oggi controllata attraverso Lamborghini dalla tedesca Audi.

Qualcuno si sognerebbe di dire che Ducati non sia italiana? A Borgo Panigale nessuno penserebbe mai di puntare su qualità che non rispettino la storia e la tradizione del marchio, così come nessuno a Ingolstadt (quartier generale Audi, a sua volta nelle mani di VolksWagen) sarebbe così pazzo da sfumare l’italianità di Ducati in qualcosa di diverso.

In un’era in cui, grazie al cielo, abbiamo per la prima volta nella storia dell’uomo dimenticato il valore dei confini, appare autolesionista e vagamente ridicolo riscoprirli nell’economia e nell’industria, dove a far fede sono solo inventiva, applicazione, talento e capacità di mutare la tradizione in futuro.

 

di Fulvio Giuliani

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