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title: Previsioni e resoconti della Commissione Ue
description: Le previsioni della Commissione Ue, rese note ieri, mettono in conto un rallentamento della crescita in Italia ma non una recessione
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date: 2023-09-12
author: Davide Giacalone
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categories: [Economia]
tags: [economia, Evidenza]
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# Previsioni e resoconti della Commissione Ue

![Commissione Ue](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2023/09/Evidenza-sito-1-5.jpg)

Le previsioni della Commissione Ue, rese note ieri, mettono in conto un rallentamento della crescita in Italia ma non una recessione

Dall’ordine pubblico alle riforme costituzionali **s’usa dire che il governo spara annunci allo scopo di distrarre dall’importante**, vale a dire l’economia. Non condivido questa osservazione. Si può (come qui cerchiamo di fare) discutere nel merito le misure proposte e le intenzioni annunciate, ma non è vero che l’importanza di un problema cancelli gli altri.

I governanti odierni – che già ripetutamente e lungamente governarono in passato – al loro debutto, in consonanza con gli odierni oppositori, usano il tema economico dando per scontata la drammaticità del presente. Sbagliano. **L’Italia viene da un triennio di crescita imponente, quanta non se ne vedeva da lustri**. Quest’idea che il solo modo per dimostrarsi consci della situazione consista nel descriverla come catastrofica è fuori dalla realtà e non tiene in alcun conto la crescita della ricchezza, delle esportazioni e anche dell’occupazione.

**Le previsioni della Commissione europea**, rese note ieri, **mettono in conto un rallentamento della crescita, ma non una recessione**. Il Prodotto interno lordo Ue dovrebbe crescere dello 0,8% (rispetto all’1% prima previsto), per poi accelerare all’1,4% nel 2024. Il Pil dell’area dell’euro è previsto in crescita di un eguale 0,8% (rispetto all’1,1%). La stessa fonte prevede che anche quest’anno l’Italia crescerà (poco) più della media, con uno 0,9% (rispetto all’1,2%). Andiamo negativamente in controtendenza nel 2024, crescendo dello 0,8%, quindi rallentando ulteriormente.

** Sempre ieri sono arrivati i dati Ista**t che segnalano, dopo il calo dell’occupazione, un decremento della produzione industriale pari a -2,1% su base annua. Il problema non è quel che si è trovato, ma quel che è maturato. Non sono i fatti a tradire il governo Meloni, sono le parole della propaganda di ieri a tradire la realtà. E vince la realtà.

**Possiamo pure fare finta che tutto dipenda dall’umore di Paolo Gentiloni**, ma per crederci si deve essere o molto ignoranti o molto sciocchi. Se taluni governanti (Salvini) lo attaccano è per rendere più difficile il lavoro di Meloni e Giorgetti. Se Meloni si allinea a quegli attacchi (in realtà ha provato ad annacquarli, senza riuscirci, poi rincarando con Ita, che c’entra nulla e le cose stanno diversamente) significa una cosa temibile: non quadrano i conti e ci si arrende alla verità del resoconto.

**Si deve uscire dalla lagna perpetua dei mantenuti che reclamano sostegni e ristori e prendere a occuparsi dell’Italia produttiva**. Che c’è e regge la baracca. Dice il ministro dell’Economia Giorgetti: «Se badiamo solo alla domanda e insistiamo a far fare allo Stato la parte del Re Sole che distribuisce prebende, sussidi e sovvenzioni, non andiamo lontani». Esatto, ma diverso da quanto promesso. La non-novità è che sfondare *deficit* e debito ci costerebbe più di quel che se ne potrebbe elargire.

**Condizione drammatica? No**. Perché se ragionassimo degli interessi italiani e non dei governanti che aspirano ai voti corresponsabili degli italiani, il debito pubblico dovremmo provare a farlo calare il doppio e il triplo di quel che la Commissione europea (senza troppo crederci) indica. Avremmo interesse a essere digitalizzati il quadruplo, a far funzionare la giustizia il quintuplo, ad avere una scuola formativa e selettiva il decuplo. Che non significa buttare i soldi pubblici nella ditta che fa il sito governativo ridicolo e non funzionante (appaltiamo semmai ai gestori dei siti porno).

Non significa pagare di più senza cambiare nulla, ma **cambiare il necessario affinché si possa pagare meno e ottenere di più**. E questa non è una condizione deprecabile, ma uno sforzo auspicabile. Solo che comporta la capacità di reinterpretare le forze politiche non come i colori cangianti della rancida zuppa sempre uguale – fatta di elemosine, risarcimenti, condoni e protezioni delle rendite parassitarie – ma come la tavolozza da usarsi per dipingere un futuro prossimo in cui il più popolare non sia quello che usa meglio il nero per promettere a tutti il soldo.

*di Davide Giacalone*
