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Rublo e inflazione: numeri ingannevoli

Tra il taglio all’inflazione e la rivalutazione del rublo, insieme con un’Europa in difficoltà, potrebbe sembrare che la guerra premi Vladimir Putin.

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Per il momento, domani si vedrà, potrebbe sembrare che la guerra premi Vladimir Putin. A una Europa in difficoltà – in parte per gli errori dei leader (Johnson), in parte per l’agire di quinte colonne interne (dimissioni di Draghi) – si accompagna una congiuntura particolarmente favorevole. Proprio ieri la Banca centrale russa ha tagliato di 150 punti base il tasso d’interesse di riferimento, portandolo all’8%. L’inflazione interna, che solo qualche mese fa oscillava intorno al 20%, si è ridotta al 15,9%. A maggio era stata del 17,1% e a fine anno, secondo le ultime previsioni, oscillerà all’interno di una forchetta compresa tra il 12 e il 15%, per poi esaurire la sua corsa (4%) nel 2024.

Quasi tutto il merito va attribuito alla rivalutazione del rublo, che ha completamente recuperato nei confronti del dollaro (ora si cambia intorno ai 57 rubli per dollaro). Rivalutazione che, a sua volta, dipende dal crollo dei consumi interni, per effetto delle sanzioni e non solo di quelle, ma soprattutto dal lungo boom dei prezzi dei prodotti energetici. I consumi interni, intanto, sono andati peggio del previsto, per effetto negativo dell’avventura ucraina. Di conseguenza le importazioni sono crollate né sono state rimpiazzate da quella fantomatica produzione interna che dovrebbe sostituire il commercio internazionale. La parte del leone l’hanno fatta le esportazioni delle commodoties. Prezzi inverosimili che hanno consentito di riequilibrare il crollo delle quantità, anche se Gazprom cerca di compensare le minori forniture di gas a favore dell’Occidente con quelle rivolte verso la Cina. Il processo, tuttavia, è lungo e accidentato.

Comunque sia, se il trend dovesse continuare, la bilancia dei pagamenti russa a fine anno toccherebbe un vero e proprio record. Con la conseguenza di alimentare sia le riserve in valuta sia le entrate erariali, essendo queste ultime intimamente legate alla dinamica delle vendite dei prodotti energetici. Insomma, benzina per continuare ad alimentare la cosiddetta “missione speciale”. Leggasi: di annientamento.

Alla luce di queste considerazioni è facile vedere quanto sia stata «inaccettabile» la dipendenza energetica dalla Russia, «conseguenza di decenni di scelte miopi e pericolose» (copyright Mario Draghi in Parlamento). Coloro che ancora oggi sostengono la politica aggressiva di Putin sono soprattutto Italia e Germania. Costrette entrambe a subirne il condizionamento, in attesa di portare avanti quel processo di diversificazione delle fonti che, tuttavia, richiede tempo e tanta pazienza.

Vi sono state, di conseguenza, delle responsabilità politiche che andrebbero accertate. Plateale quella di Gerhard Schröder: l’ex cancelliere tedesco, che diventa vice presidente di Gazprom e si dà da fare per rifornire il suo Paese. Ma altrettanto oscura è la vicenda italiana. Nel 2010 le importazioni di gas russo erano crollate. Dopo la visita in Italia di Dmitry Medvedev, allora presidente della Federazione Russa, ripresero con un vigore estremo, a danno delle forniture algerine, fino a raddoppiare negli anni successivi. Solo mercato? Tanti dubbi e ben poche certezze.

di Gianfranco Polillo

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