Le cose sono andate come avevamo indicato, ma ci si è arrivati nel peggiore modo possibile. Ovvio che si faranno le gare per assegnare la gestione di spiagge e coste, perché questo è nell’interesse degli italiani e dell’Italia, delle casse erariali e anche nell’interesse delle imprese e degli imprenditori seri, che vogliono investire e crescere e non incassare una rendita impoverendo il mercato, le spiagge e i bagnanti.
Se ci si fosse comportati seriamente questa dovrebbe essere realtà consolidata, invece s’è messa in scena una pagliacciata secondo cui chi difendeva le rendite pretendeva d’indossare i panni del difensore dell’italianità (ne è l’affossatore), mentre non solo gli altri scappavano dal difendere le ragioni della regolarità e del mercato, ma non sapevano farlo che attaccandosi a una direttiva europea. Raggiro, insipienza e viltà.
Si arriva alle gare dopo una sentenza del Consiglio di Stato, di cui ci siamo già occupati. Portati per l’orecchio, in modo fin brutale. Ora si faccia quel che per troppi anni non si è voluto fare: concentriamoci sui bandi per le gare. Sono lo snodo decisivo, non le balle nazionaliste. Gli investimenti non ammortizzati vanno tutelati. Naturalmente devono trovarsi a bilancio.
I posti di lavoro pesano e vanno difesi. Naturalmente devono essere regolari. L’avviamento ha un valore. Naturalmente testimoniato dalle ricevute rilasciate. Saranno proprio le gare a premiare chi ha bene e regolarmente operato, facendola finita con le proroghe ricattatorie.
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