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Spread in Italia e non solo

Il ceo di Banca Intesa denuncia l’accanimento speculativo nei confronti dei titoli italiani. Lo spread prende una rincorsa che ha poco a che vedere con i fondamentali del Belpaese

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Carlo Messina, ceo di Banca Intesa, ha ragione da vendere quando denuncia l’accanimento speculativo nei confronti dei titoli italiani. Quello spread, che negli ultimi giorni abbiamo visto prendere la rincorsa, ha poco a che vedere con i fondamentali del Belpaese e molto invece con i movimenti erratici di capitali alla ricerca di facili profitti. In genere la speculazione non è lo sterco del demonio: parte quando le condizioni oggettive del mercato lasciano intravedere situazioni di crisi. Nel 1992 la svalutazione della sterlina e della lira non fu il frutto della cattiveria di Soros ma la conseguenza delle modalità con cui si realizzò l’unificazione tedesca, che spazzò via le fragili strutture dello Sme.

A volte, tuttavia, la speculazione può essere fine a sé stessa. Nel qual caso per batterla basta ricorrere a una semplice minaccia, come avvenne in passato con il “Whatever it takes” di Mario Draghi. E come sembra essersi già verificato in queste ultimissime ore con una significativa correzione dello spread italiano, che scende dal massimo del giorno precedente di 222,4 punti a 205,6. Merito della Bce, come ha scritto con una punta di cattiveria “Le Figaro” («La Bce vola in soccorso dell’Italia»), o semplice conseguenza dell’annunciata determinazione da parte della stessa banca di intervenire per evitare ogni frammentazione del mercato?

Carlo Messina è convinto che non vi siano ragioni particolari per penalizzare l’Italia. A suo dire «tutto quello che sta sopra quota 150 (valore dello spread, ndr.) è del tutto ingiustificato». Da questo punto di vista il semplice confronto visivo gli dà ragione. Gli spread italiani sono più vicini alla Grecia (248 punti) che non alla Spagna (129 punti base). Il che francamente appare poco credibile. Sono infatti i fondamentali a fornire una diversa chiave di lettura.

Nel 2021 (dati Eurostat) il tasso di crescita dell’Italia (6,6%) è stato secondo solo a quello francese (6,8%) ma ben più consistente di quello tedesco (2,9%) e comunque maggiore di quello spagnolo (5,1%). A Roma nel 2021 (dati Banca d’Italia) si è contato un debito pubblico pari al 150,8% del Pil. A Berlino del 69,3% ma a Parigi e Madrid rispettivamente del 112,9% e del 118,4%. Differenze tali da non giustificare uno scarto di 100 o 150 punti base a favore degli spread di Spagna e Francia. Anche perché, per dirla tutta, in questi confronti c’è poi un dato generalmente trascurato. Ed è un peccato. Sempre secondo Eurostat, lo scorso anno l’Italia ha potuto vantare crediti verso l’estero (la cosiddetta posizione patrimoniale netta) pari al 6,6% del Pil. Francia e Spagna, invece, erano debitori netti per valori pari al 40,6% e al 40% del Pil. Differenza che esprime una diversa solidità, non solo finanziaria ma produttiva, dei differenti sistemi economici.

 

Di Gianfranco Polillo

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