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title: Tim crolla in Borsa
description: "Dopo che giovedì erano crollate del 24%, venerdì le azioni di Tim non si sono riprese. I conti non tornano e il mercato ne ha preso atto"
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date: 2024-03-11
author: Sonia Falleri
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categories: [Economia]
tags: [Italia]
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# Tim crolla in Borsa

![Tim azioni](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/03/Tim-azioni.jpg)

10438

2023-08-17 16:45:09

2023-08-17 14:45:09

Ora siamo al Tim Ballo delle telecomunicazioni, con l’orchestra sfatta, i danzanti bolsi e il pubblico da tempo tornato a casa

Una multinazionale profittevole e pochissimo indebitata fu spolpata dalla Razza Corsara dei “capitani coraggiosi”, ove il coraggio lo ebbero governanti compiaciuti e autorità bendate, che li lasciarono fare. Dopo quel luculliano banchetto, che fece fuori la ricca dispensa pagata dagli italiani (contribuenti e abbonati alla Sip), si passò al succedersi dei pasticci, fra sogni di grandezza, ricerca delle polpe rimaste, tentativi di tenere in equilibrio i conti. Ora siamo al TimBallo delle telecomunicazioni, con l’orchestra sfatta, i danzanti bolsi e il pubblico da tempo tornato a casa.

Lo spartito è lungo, riprendiamo dalle ultime note e facciamola facile. Tim s’è divisa in due parti: la rete e i servizi. Quindi ha concesso al fondo statunitense Kkr – che già compartecipava della rete – il diritto di negoziare in esclusiva l’acquisto totale della rete stessa. Unico caso in Unione europea. Kkr a sua volta ha firmato un’intesa preliminare (MoU) con il Ministero del Tesoro, cedendo a quest’ultimo il diritto di acquisire fino al 20% della futura società (Netco).

Ci sono tre problemi. 1. Il Ministero, quindi lo Stato, è pronto a spendere 2,6 miliardi di euro, cui si dovrebbe aggiungere l’eventuale ingresso di F2i, per un ulteriore 10-15% (quindi almeno 1,3 miliardi). Ma l’intera società, con dentro tutto – grazie ai rialzi azionari indotti dagli annunci – capitalizzava in Borsa lunedì scorso 6,53 miliardi, mentre Kkr ne offre 21 solo per la rete, ciò pesando i debiti, che portano al secondo punto. 2. Tim è attualmente controllata dai francesi di Vivendi, con il 23,75%, i quali hanno continuato a perdere quattrini e con questa vendita – fin qui rifiutata – puntano a riprenderne una parte e a cedere il maggiore debito possibile. 3. Lo Stato in questa partita è: a. regolatore; b. controllore (con l’Autorità delle Comunicazioni); c. concorrente (avendo il 60% di OpenFiber, l’altro soggetto che offre la rete, operazione fallimentare avviata dal governo Renzi); d. venditore (visto che Cassa depositi e prestiti ha il 9,81% di Tim); e. acquirente.

Non è finita. Lo scopo dell’operazione è la fusione con OpenFiber, il che pone un problema europeo di antitrust. Nel frattempo – a tacere di professionisti e singoli cittadini – dei 141 poli industriali italiani 33 sono senza copertura, un terzo è sotto l’1% della banda larga. Dunque la rete di telecomunicazioni dovrebbe essere oggetto di forti investimenti (almeno 10 miliardi di euro), come previsto anche dal Pnrr, e non una cassa automatica dove sedersi, mettere il cappello e raccogliere quattrini. Perché allora sgomitare per averla? Un privato conta di rifarsi vendendo capacità trasmissiva agli operatori, tenendo in equilibrio investimenti e ritorni, il che farà aumentare i costi per noi utenti; ma lo Stato? Strano nazionalismo.

L’impressione è che si stia giocando l’eterno ritorno della partita colpevolmente svenduta nel secolo scorso, scambiando il sedersi in un Consiglio d’amministrazione con il mettersi a capo della rete che fu e che non c’è più, oramai gravemente smagliata. Quel mondo è cambiato: una volta i soldi e il potere stavano nella rete e nei servizi (difatti Telecom aveva soldi e non debiti), ora i soldi li fanno quelli che la rete la usano senza pagarla (piattaforme e-commerce; film; affitto alberghi e turismo; etc.). Se lo Stato imitasse chi fa quattrini (per risparmiarli) piazzando in rete i propri servizi, dalla sanità all’anagrafe, poi potrebbe usare la forza d’essere regolatore e controllore per inseguire chi gestisce la rete e costringerlo a investire per renderla più veloce ed efficiente, minacciando ritorsioni secondo quanto stabiliscono le regole. Se diventa proprietario non solo non potrà inseguire sé medesimo, ma neanche solleciterà le debolezze della rete mettendoci suoi nuovi servizi.

A parte le sovrapposizioni elencate, ci stiamo ricomprando le bighe scassate anziché aumentare le licenze taxi fino a soddisfacimento del mercato. E c’è, in questo, una diabolica coerenza.

di Davide Giacalone

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2023-08-17 10:48:19

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2023-11-07 17:00:00

2023-11-07 16:00:00

Un'agonia lunga e dolorosa ora arrivata all'epilogo per Telecom: la decisione di vendere la rete per diminuire l'indebitamento di 14miliardi

L’agonia è stata lunga e dolorosa, ora siamo all’epilogo. Ci saranno sussulti giudiziari, ma più indirizzati a salvare i propri soldi che non a salvare un’azienda oramai depredata e spezzata. Sebbene in negativo, questa è una storia istruttiva, perché un grande patrimonio italiano è stato distrutto a cura degli italiani. Quanti temono l’assalto dei “capitali stranieri” possono qui osservare gli effetti nefandi degli assalti italiani senza capitali.

Nel 1999 Telecom Italia era il sesto operatore globale delle telecomunicazioni, fatturava 27 miliardi all’anno e aveva un debito di 8 miliardi, basso. Era stata costruita grazie all’intervento pubblico (Iri-Stet) – quindi con i soldi dei contribuenti – e si manteneva grazie ai soldi dei clienti. Ergo sempre dei cittadini italiani, cui si aggiunsero i cittadini di quei Paesi in cui la fiorente multinazionale di allora era entrata. Eravamo noi i “capitali stranieri” capaci di fare conquiste.

Ora fattura 15 miliardi l’anno e se ne porta sul groppone 21 di debiti. Un’enormità accumulata non facendo investimenti, ma caricando sulla società scalata i debiti contratti dagli scalatori del 1999. Quelli che l’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, chiamò «capitani coraggiosi» e che erano corsari con un’idea creativa delle regole del mercato, compreso il fatto che furono trovati a vendere (per farne scendere il prezzo) le azioni che affermavano di volere comprare.

Al momento della cessione al mercato delle azioni pubbliche si era stabilito che nessuno potesse avere più dell’1% delle azioni, ma al momento della scalata totalitaria si fece finta di non averlo mai detto. Questo è il bello di certe culture illiberali e nemiche del mercato: sono talmente convinte che il mercato sia predazione e sopraffazione che quando assistono ad azioni di quel tipo le pensano di mercato. Nella stagione in cui le regole europee aprivano, finalmente, alla concorrenza – quella in cui le tariffe sono scese moltissimo – anziché alla competizione ci si dedicò alla spoliazione.

Ora il Consiglio d’amministrazione ha deciso di vendere la rete – realizzata con i soldi degli italiani – in modo da diminuire l’indebitamento di 14 miliardi. Il socio di maggioranza relativa (i francesi di Vivendi, con il 23,7% delle azioni) si oppone e chiede l’intervento giudiziario. Ma lo sguardo di quel socio è rivolto ai soldi persi nell’investimento, non al futuro della rinominata Tim. E del resto, che passi l’idea di vendere la rete e tenere i servizi, piuttosto che quella di vendere i servizi per tenere la rete (ipotesi avanzata dal fondo Merlyn), comunque è un epilogo. Quel che allora ci capitò di denunciare e prevedere diventa purtroppo realtà.

Almeno si evitino ulteriori errori. Lo è il fatto che i soldi dei contribuenti continuino a essere usati per diventare soci dell’acquirente americano, Kkr. Lo Stato non deve puntare a fare il socio di minoranza, con il 20%, ma a esercitare controlli, a verificare che la rete sia sviluppata e non risistemata e rivenduta. Non ha senso volere essere soci quando i consiglieri d’amministrazione della Cassa depositi e prestiti neanche prendono parte alla decisione di vendere. Non lo ha essere nell’azionariato di una società e della sua concorrente, come capita partecipando a Open Fiber, improvvidamente voluta dal governo Renzi, frutto di soldi Enel (ricordate le reti che dovevano passare dal contatore elettrico?) e poi sbolognata alla Cdp. E nemmeno stabilire che Kkr pagherà 2,5 miliardi in più se sarà fatta la fusione con Open Fiber, ovvero con i soci dei propri soci, subordinando il tutto al parere dell’Antitrust. Se si fosse ascoltato chi evidenziava il conflitto d’interessi non ci si troverebbe in queste condizioni.

L’interesse pubblico è portare i servizi della pubblica amministrazione in digitale e in Rete, nonché garantire portata e accesso a innovatori italiani che lavorano nei servizi. E per farlo non si deve essere soci, ma si deve essere lo Stato che non si è stati capaci di essere.

di Davide Giacalone

Epilogo Telecom

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2023-11-07 10:57:04

2023-11-07 09:57:04

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2023-02-06 10:54:12

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Se il governo s’incaponisse a volere la rete unica e italica, si troverebbe in una brutta trappola. Ma può cogliere l’occasione per dire: mi rimetto a regolare

Non è una faccenda tecnica, per esperti di telecomunicazioni o gnomi della finanza: riguarda tutti. Al fondo le cose stanno in modo semplice. E per il governo Meloni può essere una grana ma anche un’opportunità.

Il mercato ha sempre bisogno di regole, altrimenti non esiste. L’anarcocapitalismo non è né anarchico né capitalistico: è giungla. Le regole cambiano nel tempo, si aggiornano e cercano di non essere scavalcate dalla tecnologia. Le leggi spettano al legislatore – che sia nazionale o sovranazionale, con accordi fra Stati o Parlamenti sovranazionali – mentre regolamenti e altri atti amministrativi sono di competenza esecutiva, che sia il governo nazionale o altro organo sovranazionale. Diciamo, per semplificare, che le regole sono roba che spetta allo Stato, sebbene latamente inteso. Cosa succede se lo Stato, oltre a fissare le regole, si mette a giocare?

Se per il giocatore pubblico non valgono le regole imposte agli altri, siamo fuori dallo Stato di diritto e in dittatura. Rossa o nera, non cambia. Non è il nostro caso, naturalmente. Lo Stato può giocare, come effettivamente fa, utilizzando società di forma privata ma di cui ha il controllo. Esempi: Eni, Enel, Leonardo e via elencando. In questo caso, se la società è quotata in Borsa, lo Stato è come se dicesse: gestisco questa impresa e se tu privato vuoi partecipare – investendo ma accettando di non prendere mai la guida – sei il benvenuto. Ciascuno è libero di decidere. Certo, un margine d’equivoco rimane, perché chi fissa le regole, garantisce i controlli ed eventualmente, nei tribunali, dirime le controversie è anche diretto protagonista di quelle, sicché il sospetto che la sua mano sia più invadente che invisibile è legittimo. Esempio: la Rai.

Però capita anche, come nel caso di cui ora ci occupiamo, che lo Stato si dedichi a regolare, ma poi cominci a giocare e lo faccia sotto mentite spoglie, finendo pure in minoranza. A quel punto il frammisto di gestire e regolare rischia d’essere uno scomposto gesticolare.

Erano società pubbliche, quotate in Borsa e senza debiti. Erano diventate delle multinazionali: Sip, Italcable e Telespazio, controllate dalla finanziaria Stet, a sua volta parte del mondo Iri. Storia lunga, gloriosa, poi straziante. Andiamo oltre. Si decide, giustamente, di consegnare le società fuse (Telecom Italia, poi Tim) al mercato. Lo Stato esce e fissa le regole. Quelle regole furono violate e lo Stato si girò dall’altra parte. Tanto per ricordare: governo D’Alema e Consob diretta da chi poi divenne parlamentare di quel partito. Società sventrata e depauperata.

Le azioni Tim sono oggi nelle mani di investitori esteri per il 44% e della francese Vivendi per quasi il 24%. La Cassa depositi e prestiti (che non è lo Stato ma è lì per conto del governo) ne possiede quasi il 10%. La società ha debiti per 25 miliardi e il fondo statunitense ne offre 20 per prendersi la rete. Il Consiglio d’amministrazione di Tim deciderà il 24 febbraio e sarebbe saggio acconsentisse, per due ragioni: a. perché rifiutare espone gli amministratori a responsabilità personale; b. perché tanto non conta nulla, visto che poi deciderà il governo. Il quale ha in tasca il golden power, che di dorato ha poco, perché qualora affermasse di volere tenere la rete in mani italiane (essendo ora in mani straniere) gli toccherebbe metterci i 20 miliardi. E non è finita, perché al Cda non hanno preso parte né il presidente di FiberCop, concorrente nella rete, né quello della Cdp, che stava negoziando con Vivendi e, per giunta, è azionista anche di FiberCop. In mezzo alle reti c’è anche Sparkle, che governa quelle internazionali ad alta sensibilità di sicurezza, non solo italiana (c’è anche Israele). Un casotto.

Se il governo s’incaponisse a volere la rete unica e italica, si troverebbe in una brutta trappola. Ma può cogliere l’occasione per dire: mi sono stufato di gesticolare e mi rimetto a regolare, perché l’interesse degli italiani non consiste nell’intestazione delle azioni, ma negli investimenti e funzionamento della rete. Sarebbe un modo per cavarne le gambe e ridare un senso al gioco.

di Davide Giacalone

Rete unica, Stato irretito

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2023-02-05 10:55:46

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