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Torta e Intortati

L’intenzione di dividere in quote i 222 miliardi in arrivo dall’Europa non convince. Compensare gli squilibri – territoriali o di genere – deve essere un impegno collettivo, ma ci si riesce se si moltiplica la crescita, non se si divide la spesa.

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Quei 222 miliardi non sono la torta da spartirsi, ma gli ingredienti per farne una assai più grande. Composti da 191,5 miliardi del Recovery, spendibili attuando il piano di ripresa (Pnrr), e dai 30,62 miliardi del fondo complementare, tutti di provenienza europea, devono servire a spingere l’Italia sul binario della crescita, a farle raggiungere una velocità tale da non dovere essere ulteriormente assistita e da portare il peso di un debito pubblico enorme. Per questa ragione, pur comprendendone le ragioni, non convince molto la divisione per fette, per quote: il 40% deve essere speso al Sud, per esempio, o un uguale 40% dei nuovi ricercatori, assunti con bandi finanziati da quei soldi, devono essere donne. Compensare gli squilibri – territoriali o di genere – deve essere un impegno collettivo, ma ci si riesce se si moltiplica la crescita, non se si divide la spesa.

Dei soldi europei destinati allo sviluppo del Sud, fra il 2014 e il 2020, se ne è spesi appena il 38%. Non è un buon motivo per abbandonare il cimento, ma neanche per supporre che aumentare la posta sia il rimedio. Al Sud si trova circa il 34% della popolazione e si produce meno del 23% del prodotto interno lordo. Antiche arretratezze, certo, ma anche inquinamento assistenziale. Un elemento dovrebbe far pensare: la spesa pubblica pro capite è al Sud ben più alta che al Nord, ma gli investimenti effettuati da soggetti economici il cui capitale è in mano pubblica è più rilevante al Nord che al Sud. Significa che si spende più in assistenzialismo e meno in sviluppo. E non si rimedia rifacendo o allargando le fette, ma cambiando la ricetta.

Il peso fiscale sul lavoro (detto: cuneo) è, in Italia, del 5% superiore alla media europea e dell’11% rispetto ai più grandi Paesi, a noi paragonabili. Significa che i lavoratori italiani guadagnano meno dei loro omologhi europei, ma non per questo il costo del lavoro è altrettanto più basso. Da questa trappola si esce investendo, parametrando la retribuzione prima di tutto al merito e alle capacità, ma anche al costo della vita. Chi fa lo stesso identico lavoro, al Sud o al Nord, riceve la medesima paga, solo che al Sud la vita costa meno. Con questa presunta giustizia il Sud perde un vantaggio. Non riuscendo a perdere gli svantaggi, cresce meno.

Se guardiamo ai quasi 7 miliardi previsti per la sanità al Sud non si può che dire: giusto! Ma se si osserva la distanza di qualità nei servizi offerti e di quantità dei debiti accumulati non si può non chiedersi se quei miliardi andranno ad allargare anziché a stringere la forbice. Sono un meridionale, orgoglioso d’esserlo almeno quanto lo sono d’essere italiano ed europeo, ma non pomperei quei miliardi in un sistema sanitario disfunzionale, semmai li userei per cambiarlo. E se si pone mente ai 31 progetti agricoli siciliani bocciati, su 31 presentati, si intuisce che va cambiata la mano, non solo accudita.

Se nego che si debba far largo alle donne rischio la lapidazione, però non rinuncio a dire che lo sviluppo passa dalla formazione, dalla ricerca e dall’innovazione, ragione per cui abbiamo bisogno che il 100% dei ricercatori siano i più bravi fra gli aspiranti. È il solo modo per far crescere la ricchezza, a beneficio di tutti, anche di chi rimane indietro. La ricchezza va prima creata e poi equamente amministrata. L’equità della miseria indebitata è un inferno. Se tutte le più brave sono donne: evviva! Ma se stabilisco a tavolino che il 40% dei bravi è donna ho creato un doppio vincolo: se ne ho di più già mi soddisfa esserci arrivato e se ne ho di meno sacrifico uno bravo per rispettare la divisione di genere. Avrò arricchito la retorica e impoverito la crescita.

La partita di quei 222 miliardi si gioca una volta sola e non torna più. Dobbiamo vincerla, non disputarla in costume. Dobbiamo far crescere la torta, non intortarci.

di Davide Giacalone

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