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generazione low cost

Generazione low cost: ignorare per acquistare.

Se dovessimo chiedere ad un giovane tra i venti e i trent’anni quale marca di detersivi per i piatti preferisca o come sceglie la marmellata per colazione, la risposta sarebbe quasi sempre la stessa: “quella che costa meno”.

Generazione low cost: ignorare per acquistare.

Se dovessimo chiedere ad un giovane tra i venti e i trent’anni quale marca di detersivi per i piatti preferisca o come sceglie la marmellata per colazione, la risposta sarebbe quasi sempre la stessa: “quella che costa meno”.

Generazione low cost: ignorare per acquistare.

Se dovessimo chiedere ad un giovane tra i venti e i trent’anni quale marca di detersivi per i piatti preferisca o come sceglie la marmellata per colazione, la risposta sarebbe quasi sempre la stessa: “quella che costa meno”.
Se dovessimo chiedere ad un giovane tra i venti e i trent’anni quale marca di detersivi per i piatti preferisca o come sceglie la marmellata per colazione, la risposta sarebbe quasi sempre la stessa: “quella che costa meno”.
Possiamo ammetterlo: è capitato a molti di noi in tempi sospetti di scegliere un prodotto in base al prezzo di vendita piuttosto che all’effettiva qualità dello stesso, ma negli ultimi anni questo fenomeno ha ben poco a che fare con l’idea dello studente fuori sede, un po’ pigro, e molto di più con il giovane che fa i conti a fine mese. Per una generazione cresciuta in una società devota al consumismo, che ha però vissuto due crisi in dieci anni con stipendi tra i più bassi d’Europa, l’unico metodo possibile per sostenere lo stile di vita richiesto è il low cost. Il concetto è semplice: pochi soldi? Poca spesa, senza rinunce. Ma siamo sicuri di sapere cosa comporti? Siamo disposti a sacrificare la comodità se si parla di viaggi, accettando di trasportare meno peso in valigia su una compagnia aerea che propone prezzi vantaggiosi, rendendo però l’esperienza di volo un susseguirsi di attese snervanti e regole poco eleganti. Sacrifichiamo la qualità se parliamo di cibo, preferendo prodotti sottocosto poco salutari, che danneggiano le aziende agricole e alimentari, o acquistando da una catena che produce panini in serie senza badare all’impatto ambientale. Sacrifichiamo l’identità e i diritti dei lavoratori se pensiamo all’abbigliamento, sostenendo il fast fashion per rispondere a tendenze che cambiano velocemente, causando danni ambientali e sociali solo per indossare capi che di unico hanno ben poco. In un momento storico in cui è possibile acquistare premendo semplicemente un tasto, ricevere a casa in tempi record qualcosa che nemmeno si necessita, muovere soldi senza toccarli, si è finito con il falsare la percezione del reale. Viviamo in una società dove è sempre più possibile ignorare ciò che accade, perché non lo fa davanti ai nostri occhi. Qualcosa però negli utimi anni sta cambiando, e sta avvenendo grazie ai giovanissimi. Una generazione che in poco tempo, forte di una rinnovata coscienza, ha fatto molto più di noi trentenni, smettendo di chiudere gli occhi e cominciando a farsi sentire anche tramite scelte più consapevoli. Speriamo questo metta fine a una modalità irresponsabile di consumo e dia spazio a una necessità sempre più viva: restare umani. di Elena Bellanova

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