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Il Rock italiano non è mai morto

Che l’Italia sia la patria della musica leggera, melodica e sentimentale al punto giusto, è cosa assodata. Al di là dei luoghi comuni, osservando le classifiche degli ultimi anni, è innegabile come di sonorità vicine al rock classico non ve ne sia stata neanche l’ombra.

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Questo, fino all’arrivo dei Maneskin. Prima con la vittoria del festival di Sanremo, poi con lo straordinario primo posto all’Eurovision Song Contest che mancava all’Italia da più di 30 anni, i ragazzi capitanati dal frontman Damiano si sono imposti nelle classifiche e nei gusti di buona parte degli italiani. Ma le cose stanno davvero così?

Senza nulla togliere all’energia e alla musica di queste giovanissime promesse, la risposta è una e univoca: NO.

Per quanto complice la pandemia possa essere comprensibile che poco ci si ricordi delle centinaia di band che da sempre animano i locali ed eventi in giro per l’Italia lo è meno la tendenza a considerare viva una scena musicale solo quando quest’ultima appare in classifica.
Se poi ci si aggiunge che anche gli esperti del settore fingano che niente esista oltre ciò che c’è in superficie, almeno nelle dichiarazioni di questi ultimi giorni, non stupisce che di possibilità e spazio per chi vuole emergere ce ne sia sempre meno. Senza contare la quasi totale miopia della radio nei confronti della musica rock emergente.

Il punto è e resterà sempre questo, almeno che con questa nuova ondata qualcosa non cambi, ovvero se abbia senso dichiarare morente un genere, un mondo di persone, storie e musica, senza fare niente per farlo conoscere, o per dargli un’opportunità. E dire che di talento in queste scene ce n’è in quantità.
I Maneskin, partiti dalla strada e dai piccoli locali, ne sono un esempio perfetto.

di Federico Arduini

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