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L’addio

Era nell’aria ed è avvenuto secondo logica. L’annuncio dell’addio di Valentino Rossi è tutto tranne che una sorpresa, arrivato nel pieno di una stagione in cui non è mai riuscito a interpretare la moto a disposizione, tramutando le gare in una sofferenza.

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Relegato in posizioni a lui semplicemente sconosciute, sino a un paio di stagioni fa, deve essergli improvvisamente sembrato inutile andare avanti. Insistere.
Più che comprensibile e giusto, insomma, al crepuscolo di una carriera senza eguali. Non per titoli conquistati e gare vinte, importantissimi quanto si vuole, ma insufficienti a definire la portata del campione e il suo impatto per oltre vent’anni.
Chiude il più grande di ogni epoca, nell’insieme di ciò che ha rappresentato ben oltre il suo mondo. In termini tecnici non ne parliamo neppure, ma per aver trascinato a forza il motociclismo nell’era moderna.
Si è al cospetto di un fenomeno assoluto, quando si può ragionare di un ‘prima’ e di un ‘dopo’ ed è ciò che facciamo da tempo con Valentino Rossi.

Il dispiacere per l’addio, poi, è amplificato dalla fine dell’era più romantica della sua avventura di campione, ma soprattutto di uomo. L’ultimo Valentino è un fuoriclasse che corre per il solo gusto di farlo, con una gioia quasi infantile nel confrontarsi con avversari ormai di un’altra epoca. Il Rossi di oggi non è solo il più umano con cui ci siamo confrontati, ma anche – forse – il più genuino. L’imbattibile supercampione, a un certo punto costretto quasi per contratto ad accompagnare le vittorie con festeggiamenti esagerati e sceneggiate varie, sembrava recitare il suo ruolo di eterno ragazzino.

Il Dottore degli ultimi anni sarà pur stato meno vincente, ma ha corso per pura passione, uno Steve McQueen del terzo millennio. Senza poterne guadagnare nulla, fuori da ogni logica.
Dare tutto per puro amore di ciò che si fa è l’eredità più bella.

di Fulvio Giuliani

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